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Giambattista Vico: Opere
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VII: Scritti Vari e Pagine Sparse
Body
II. Piccoli Scritti Filosofici e Critici
I. Sul diritto naturale delle genti

I. Sul diritto naturale delle genti

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I
Sul diritto natural delle genti
A proposito della presentazione
della seconda «Scienza nuova»
a monsignor Ernesto d’Arrach.
Dedicatoria al D’Arrach, scritta in nome del traduttore e premessa alla
Sifilide di Girolamo Fracastoro vòlta in italiano da Pietro Belli.

Eccellentissimo e riverendissimo signore,

perché, come i libri d’ogni piú sublime scienza, cosí quelli di medicina da’ chiarissimi autori furono scritti a potentissimi re o altre persone grandi — come Asclepiade, sommo filosofante, medico ed oratore, scrisse i suoi a Mitridate re di Ponto, e ’l famoso Collegio de’ medici di Salerno scrisse il celebre libro intitolato La scuola salernitana a Roberto re d’Inghilterra, — sopra questi esempli, e qui ora quello, piú potente di entrambi, dell’incomparabil latin poeta e famoso medico de’ suoi tempi Girolamo Fracastoro, ch’indirizzò la sua maravigliosa Sifilide a monsignor Pietro Bembo amplissimo cardinale, io ora prendo l’ardire di presentare umilmente all’Eccellenza Vostra riverendissima questa traduzione, la quale ne ho fatto nella nostra volgar lingua. La quale, quanto per se stessa non lo è, tanto per lo merito del celebratissimo autore e di essa opera originale, riputo degna di portare in fronte il vostro nome chiarissimo; anzi stimo far cosa che,

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se lo stesso Fracastoro vivesse a’ dí nostri, arebbe essolui fatto, messe in contesa, o sia contraposto, la nobiltá, l’etá, l’erudizione d’entrambi. Pietro Bembo, gentiluomo viniziano, la qual è nobiltá di signori in una repubblica aristocratica la piú riputata del mondo: Ella, nata da una delle piú nobili e splendide case della Germania, la quale non accolse mai dentro il suo seno toghe e fasci romani, i quali comandarono a tutto il mondo. Quegli, vecchio, fu criato cardinale di Santa Chiesa: voi, in troppo giovanil etá fatto auditore della sagra Ruota romana, prossimo scaglione all’amplissima degnitá del cardinalato. Quegli, ornato di amene lettere, latine e toscane, cosí di prosa come di verso, onde fu uno de’ maggiori lumi de’ letterati del Cinquecento; voi, di piú, ricco di scienze riposte e sublimi, per le quali giá siete in ammirazione alla repubblica de’ letterati. Imperciocché Ella, insieme con l’eccellentissimo signor conte Ferdinando, tanto ne’ grandi talenti e studi generosi quanto per lo nobilissimo sangue, germano fratello vostro, per molti anni in Roma con la direzione del dottissimo padre abbate don Celestino Galliani, ora ben degno arcivescovo di Taranto, e dell’eruditissimo signor canonico Marcy, assai ben costumato aio vostro, essendo stata instruita, doppo le cognizioni delle lingue, delle leggi civili e delle storie profane, a maraviglia bene nelle mattematiche, nelle filosofie, nelle storie ecclesiastiche e ne’ sagri canoni, e sopra tutt’altre nell’ampia scienza sublime del diritto naturale delle genti, la quale tutte quasi le dianzi noverate discipline, come propia supellettile, debbono fornire ed adornare.

Studio degno della vostra anima grande, l’erudizione del diritto che fu detto «fas deorum», le cui leggi son acclamate «leges generis humani», «leges aeternae», «foedera humanae societatis»; diritto col quale i vincitori regolano il cieco furore dell’armi e la sfrenata insolenza delle vittorie, e i vinti ne consolano i danni delle guerre e la suggezione delle conquiste; il cui prudente si può degnamente dire «giureconsulto del genere umano»; la cui professione porta di séguito necessariamente la gloria, perc’ha per fine la conservazione della

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umana societá, la qual è tutta l’occupazion della gloria. Giurisprudenza incomparabilmente piú degna sopra quella delle leggi o di Atene o di Sparta o di Roma, le tre piú luminose cittá che fiorirono nella scorsa di tutti i tempi e nella distesa di tutte le nazioni, i diritti delle quali furono picciole particelle di questo diritto universal ed eterno. Sapienza degna del popolo romano, della cui grandezza non vide il sole maggior al mondo, come, senza punto d’adulazione, Virgilio concede a’ greci tutte le belle arti dell’ingegno, concede le scienze riposte, concede la gloria del bel parlare, ma riserba la sapienza di tal diritto a’ romani:

Excudent alii spirantia mollius aëra
(Credo equidem), vivos ducent de marmore vultus
Orabunt caussas melius, caelique meatus
Describent radio, et surgentia sidera dicent:
Tu regere imperio populos, Romane, memento.
Hae tibi erunt artes: pacique imponere morem,
Parcere subiectis et debellare superbos.

Perché questa scienza è propia delle sovrane potenze, e perciò, dalla romana sappientemente praticata, fece tutta la romana grandezza: ma non è ella professata pubblicamente sotto le monarchie, perché i monarchi la racchiudono dentro i lor gabinetti; non nelle repubbliche aristocratiche, perché sol importa saperla a’ loro senati regnanti, de’ quali l’anima, con cui reggono e vivono, è ’l segreto di Stato. E per ciò il grande Ugone Grozio ne ’ncominciò prima di ogni altro a trattare, e per la sua innarrivabile erudizione e dottrina, che v’abbisognavano, ne divenne principe in tale sorta di studi: perch’era cittadino di una repubblica libera popolare, nella quale per civil natura cotale scienza debbe a tutti essere pubblica, ove ogni cittadino dee esser ben informato di tal diritto per comandare giustamente o guerre o paci o allianze o altra delle parti che ne compiono l’intiero subbietto. Ch’è la cagione per la quale ne son erette pubbliche cattedre in

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Olanda e nelle cittá libere di Germania, e non nelle altre nazioni di Europa, ove dappertutto si legge di giurisprudenza privata. Perché gl’imperadori romani ne chiusero nel Corpo delle romane leggi solamente quelle che trattano della privata ragione, e le menome della pubblica, che parlano de iure fisci e degli ordini civili e de’ corpi delle arti e collegi: onde niuno di tutti gl’interpetri cosí antichi come moderni applicarono l’animo a ragionarne.

Per tutto ciò l’Eccellenza Vostra riverendissima coll’eccellentissimo vostro signor fratello, indirizzando entrambi i vostri magnanimi studi al glorioso fine di servire in questa parte alla gloria del nostro augustissimo imperadore, a cui particolarmente per la giustizia dell’armi s’inchina riverente tutta l’Europa e l’Asia timorosa s’umilia, si determinarono di fare un letterario viaggio per conoscere gli uomini valorosi in sapere, e particolarmente di tal diritto. Nello che seguiste l’esemplo del saggio Ulisse,

Qui mores hominum multorum vidit et urbes;

faccendo uso per la sapienza de’ fatali errori e delle fatali tempeste del mare, che sono i bollori e i trasporti della gioventú, la qual è piú tempestosa nella condizione de’ grandi; schivando le Calipsi, le Circi, le Sirene, che sono i piaceri de’ sensi, troppo esposti alla fortuna de’ sovrani; superando le rabbie funeste di Scilla e Cariddi, che sono le violente passioni de’ giovani, e piú de’ giovani nati grandi; accortamente schernendo la fierezza ed immanitá de’ Polifemi, che sono la ferocia e l’orgoglio, i quali soglion esser vizi de’ grandi. Cosí — forniti di varia e profonda letteratura, la qual rendete piú ammirabile col sublime ingegno di che siete a dovizia da una benigna particolar natura dotati, con una viva presenza di spirito che vi dá la vostra natural signoria, con una vasta comprensione che vi ha fatto la vostra grandezza, con un purgato giudizio coltivato da una severissima critica, con una somma chiarezza di mente provenutavi dalla potenza

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nella quale siete nati e cresciuti, della quale è propia la facilitá che vi ha produtto una signoril eloquenza, con cui sponete in una naturale, facile e spiegata comparsa le piú astruse ed aspre materie delle quali imprendete a ragionare (le quali virtú della mente rendete amabili e care con la singolare soavitá de’ costumi, i quali a maraviglia temperate di gentilezza e di gravitá), — con augusti auspíci partiste per lo vostro letterario viaggio da Roma; e, giunti qui in Napoli, vi conciliaste la venerazione di tutti i dotti uomini co’ quali entraste in letterari ragionamenti, de’ quali sopra tutt’altri mostraste di dilettarvi di quelli che si facessero d’intorno a materie di diritto naturale delle nazioni. Con l’occasione d’uno de’ quali, essendosene l’Eccellenza Vostra riverendissima ricordata, Ella al lettore di eloquenza di questi Regi Studi, signor Giambattista Vico, ch’è ’l primo il quale in Italia n’ha scritto, gentilmente disse di averne in Roma veduto un di lui libro che ne trattava; e sí gli diede l’ardire di presentarglielo il giorno appresso, ed Ella con grandezza d’animo gradinne il presente ed onoronne l’autore. Quindi per lo rimanente d’Italia e per oltramonti destaste di voi l’ammirazione negli animi degli piú grandi letterati d’Europa, come del signor abate Longuerue, il quale per l’ammirabile sublimitá del sapere vien riputato il Socrate della Francia; del signor Fontenelle, gran filosofo e mattematico, ond’è riputato uno de’ maggiori ornamenti dell’Accademia real di Parigi; de’ due rari ingegni de’ quali va adorna e superba la celebratissima Accademia di Leyden, voglio dire del signor Graavezande e del signor Vitriario, il primo assai eccellente nelle scienze fisiche e mattematiche, l’altro nella conoscenza universale delle leggi e della storia, apprendendo da quello, come da vivo e pieno fonte, le sperienze d’intorno alla natural scienza, e da questo il diritto della natura e delle genti, al qual solo fine imprendeste sí lodevole e lungo cammino.

Formovvi a cotesta sublime e, per parlare con degnitá, eroica idea di sapienza la vostra splendidissima prosapia, nella quale, come ruscelli in fiume, è derivato il sangue di tante

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case sovrane della Germania, e, come aure feconde, vi cospirarono a crescere, germogliare e produrre le celesti frutte dell’umano e divin sapere i vostri gloriosi maggiori, per imprese di guerra e per arti di pace chiarissimi. E perché fôra ben lungo, e materia piú ampia che da chiudersi dentro i brievi confini d’una lettera, ripetergli da’ loro primi antichissimi tempi, e perché ad imitare vagliono piú efficacemente i vicini, e piú di tutti i presenti, cotesti furono un eminentissimo e per dottrina e per alti maneggi sappientissimo cardinal Ernesto Adolfo d’Harrach, arcivescovo di Praga e vescovo di Trento, il quale, incaricato degli affari dell’imperadore, intervenne al conclave di Clemente x; un signor conte Ferdinando Bonaventura di Harrach, vostro avolo, maggiordomo maggiore e primo ministro dell’imperadore Liopoldo di gloriosa memoria; i vostri valorosi zii, monsignor di Harrach, arcivescovo di Salzburgo, passato a miglior vita, e ’l signor conte feldmaresciallo Giovan Giuseppe conte d’Harrach; invitandovi a generosa gara il signor conte Federico, primogenito fratello vostro, inviato per lo regno di Boemia alla Dieta di Ratisbona, ambasciadore alla corte di Torino ed or incaricato degli piú importanti affari di Sua cesarea cattolica Maestá alle corti dell’Imperio; come anco il signor conte Vencislao di Harrach, gran croce della Religione gerosolomitana, ed in acerba, quantunque assai di senno matura etade, glorioso generale delle galee di Malta, e per essa Religione ambasciadore al re di Portogallo ed a questo nostro eccellentissimo signor viceré, vostro padre, ed ora colonnello nel reggimento del signor conte maresciallo vostro zio. Ma piú d’ogni altro sopra cotesta grande idea vi ha formato col vivo esemplo della sua incomparabil virtú e sapienza, l’eccellentissimo signor conte d’Harrach, odierno viceré di questo grande reame, vostro padre degnissimo, il quale, gloriosamente ostinato del solo giusto e diritto, gloriosamente appassionato del solo merito, ha promosso sappientissimi giureconsulti a regî maestrati, dottissimi e santissimi preti e regolari (e tra questi, con raro esemplo, dentro un anno o poco piú, cinque regî lettori di questa Universitá) a’
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regî vescovadi, e, con una sollecita vigilanza sopra degli ordini, con una osservanza religiosissima inverso le leggi, con una pazienza indefessa e singolare benignitá nell’udienze, con una inistancabile industria, soprafino scorgimento e ammirabil prudenza nel comandare gli affari, con una venerabile gravitá nelle risposte, con una sempre a sé simile e con tutte l’altre corrispondente constanza nelle azioni, ne fa godere la pubblica sicurezza, nonché ne’ luoghi celebri, nelle piú diserte campagne, l’abbondanza nelle piazze, la giustizia ne’ tribunali e la civil felicitá dappertutto. Onde pubblico voto è di tutti che ’l nostro augustissimo imperadore, re della Spagna, lo vi mantenga al governo di questo Regno finché egli vive, e che viva gli anni di Nestore. E ben tutto ciò che, con addolorare la vostra modestia, ho detto di voi, e molto anco di piú, che noi ne abbiam detto di meno, Sua cesarea cattolica Maestá ha contestato, con aver nominato l’Eccellenza Vostra riverendissima all’auditorato della Sagra Ruota romana, e ne fa sperare in brieve lo stesso dell’eccellentissimo signor conte Ferdinando, formato con essolei allo stesso torno cosí della dottrina come della virtú.

Si compiaccia adunque l’Eccellenza Vostra riverendissima, per tutti questi argomenti, di gradire, con la grandezza dell’animo propia del vostro alto stato e sapienza, questo piccol dono, che riverentemente l’offero in testimone del moltissimo che, con tutti i giusti estimatori delle cose, io professo della stima che si debbe al merito vostro immortale.

Napoli, a dí 10 ottobre 1731.

Di Vostra Eccellenza riverendissima umilissimo divotissimo ed obbligatissimo servitore

Pietro Belli.

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