II. Piccoli Scritti Filosofici e Critici
I. Sul diritto naturale delle genti
I
Sul diritto natural delle genti
A proposito della presentazione
della seconda «Scienza nuova»
a monsignor Ernesto d’Arrach.
Dedicatoria al D’Arrach, scritta in nome del traduttore e premessa alla
Sifilide di Girolamo Fracastoro vòlta in italiano da Pietro Belli.
Eccellentissimo e riverendissimo signore,
perché, come i libri d’ogni piú sublime scienza, cosí quelli di medicina da’ chiarissimi autori furono scritti a potentissimi re o altre persone grandi — come Asclepiade, sommo filosofante, medico ed oratore, scrisse i suoi a Mitridate re di Ponto, e ’l famoso Collegio de’ medici di Salerno scrisse il celebre libro intitolato La scuola salernitana a Roberto re d’Inghilterra, — sopra questi esempli, e qui ora quello, piú potente di entrambi, dell’incomparabil latin poeta e famoso medico de’ suoi tempi Girolamo Fracastoro, ch’indirizzò la sua maravigliosa Sifilide a monsignor Pietro Bembo amplissimo cardinale, io ora prendo l’ardire di presentare umilmente all’Eccellenza Vostra riverendissima questa traduzione, la quale ne ho fatto nella nostra volgar lingua. La quale, quanto per se stessa non lo è, tanto per lo merito del celebratissimo autore e di essa opera originale, riputo degna di portare in fronte il vostro nome chiarissimo; anzi stimo far cosa che,
se lo stesso Fracastoro vivesse a’ dí nostri, arebbe essolui fatto, messe in contesa, o sia contraposto, la nobiltá, l’etá, l’erudizione d’entrambi. Pietro Bembo, gentiluomo viniziano, la qual è nobiltá di signori in una repubblica aristocratica la piú riputata del mondo: Ella, nata da una delle piú nobili e splendide case della Germania, la quale non accolse mai dentro il suo seno toghe e fasci romani, i quali comandarono a tutto il mondo. Quegli, vecchio, fu criato cardinale di Santa Chiesa: voi, in troppo giovanil etá fatto auditore della sagra Ruota romana, prossimo scaglione all’amplissima degnitá del cardinalato. Quegli, ornato di amene lettere, latine e toscane, cosí di prosa come di verso, onde fu uno de’ maggiori lumi de’ letterati del Cinquecento; voi, di piú, ricco di scienze riposte e sublimi, per le quali giá siete in ammirazione alla repubblica de’ letterati. Imperciocché Ella, insieme con l’eccellentissimo signor conte Ferdinando, tanto ne’ grandi talenti e studi generosi quanto per lo nobilissimo sangue, germano fratello vostro, per molti anni in Roma con la direzione del dottissimo padre abbate don Celestino Galliani, ora ben degno arcivescovo di Taranto, e dell’eruditissimo signor canonico Marcy, assai ben costumato aio vostro, essendo stata instruita, doppo le cognizioni delle lingue, delle leggi civili e delle storie profane, a maraviglia bene nelle mattematiche, nelle filosofie, nelle storie ecclesiastiche e ne’ sagri canoni, e sopra tutt’altre nell’ampia scienza sublime del diritto naturale delle genti, la quale tutte quasi le dianzi noverate discipline, come propia supellettile, debbono fornire ed adornare.Studio degno della vostra anima grande, l’erudizione del diritto che fu detto «fas deorum», le cui leggi son acclamate «leges generis humani», «leges aeternae», «foedera humanae societatis»; diritto col quale i vincitori regolano il cieco furore dell’armi e la sfrenata insolenza delle vittorie, e i vinti ne consolano i danni delle guerre e la suggezione delle conquiste; il cui prudente si può degnamente dire «giureconsulto del genere umano»; la cui professione porta di séguito necessariamente la gloria, perc’ha per fine la conservazione della
umana societá, la qual è tutta l’occupazion della gloria. Giurisprudenza incomparabilmente piú degna sopra quella delle leggi o di Atene o di Sparta o di Roma, le tre piú luminose cittá che fiorirono nella scorsa di tutti i tempi e nella distesa di tutte le nazioni, i diritti delle quali furono picciole particelle di questo diritto universal ed eterno. Sapienza degna del popolo romano, della cui grandezza non vide il sole maggior al mondo, come, senza punto d’adulazione, Virgilio concede a’ greci tutte le belle arti dell’ingegno, concede le scienze riposte, concede la gloria del bel parlare, ma riserba la sapienza di tal diritto a’ romani:Excudent alii spirantia mollius aëra
(Credo equidem), vivos ducent de marmore vultus
Orabunt caussas melius, caelique meatus
Describent radio, et surgentia sidera dicent:
Tu regere imperio populos, Romane, memento.
Hae tibi erunt artes: pacique imponere morem,
Parcere subiectis et debellare superbos.
Perché questa scienza è propia delle sovrane potenze, e perciò, dalla romana sappientemente praticata, fece tutta la romana grandezza: ma non è ella professata pubblicamente sotto le monarchie, perché i monarchi la racchiudono dentro i lor gabinetti; non nelle repubbliche aristocratiche, perché sol importa saperla a’ loro senati regnanti, de’ quali l’anima, con cui reggono e vivono, è ’l segreto di Stato. E per ciò il grande Ugone Grozio ne ’ncominciò prima di ogni altro a trattare, e per la sua innarrivabile erudizione e dottrina, che v’abbisognavano, ne divenne principe in tale sorta di studi: perch’era cittadino di una repubblica libera popolare, nella quale per civil natura cotale scienza debbe a tutti essere pubblica, ove ogni cittadino dee esser ben informato di tal diritto per comandare giustamente o guerre o paci o allianze o altra delle parti che ne compiono l’intiero subbietto. Ch’è la cagione per la quale ne son erette pubbliche cattedre in
Olanda e nelle cittá libere di Germania, e non nelle altre nazioni di Europa, ove dappertutto si legge di giurisprudenza privata. Perché gl’imperadori romani ne chiusero nel Corpo delle romane leggi solamente quelle che trattano della privata ragione, e le menome della pubblica, che parlano de iure fisci e degli ordini civili e de’ corpi delle arti e collegi: onde niuno di tutti gl’interpetri cosí antichi come moderni applicarono l’animo a ragionarne.Per tutto ciò l’Eccellenza Vostra riverendissima coll’eccellentissimo vostro signor fratello, indirizzando entrambi i vostri magnanimi studi al glorioso fine di servire in questa parte alla gloria del nostro augustissimo imperadore, a cui particolarmente per la giustizia dell’armi s’inchina riverente tutta l’Europa e l’Asia timorosa s’umilia, si determinarono di fare un letterario viaggio per conoscere gli uomini valorosi in sapere, e particolarmente di tal diritto. Nello che seguiste l’esemplo del saggio Ulisse,
Qui mores hominum multorum vidit et urbes;
faccendo uso per la sapienza de’ fatali errori e delle fatali tempeste del mare, che sono i bollori e i trasporti della gioventú, la qual è piú tempestosa nella condizione de’ grandi; schivando le Calipsi, le Circi, le Sirene, che sono i piaceri de’ sensi, troppo esposti alla fortuna de’ sovrani; superando le rabbie funeste di Scilla e Cariddi, che sono le violente passioni de’ giovani, e piú de’ giovani nati grandi; accortamente schernendo la fierezza ed immanitá de’ Polifemi, che sono la ferocia e l’orgoglio, i quali soglion esser vizi de’ grandi. Cosí — forniti di varia e profonda letteratura, la qual rendete piú ammirabile col sublime ingegno di che siete a dovizia da una benigna particolar natura dotati, con una viva presenza di spirito che vi dá la vostra natural signoria, con una vasta comprensione che vi ha fatto la vostra grandezza, con un purgato giudizio coltivato da una severissima critica, con una somma chiarezza di mente provenutavi dalla potenza
nella quale siete nati e cresciuti, della quale è propia la facilitá che vi ha produtto una signoril eloquenza, con cui sponete in una naturale, facile e spiegata comparsa le piú astruse ed aspre materie delle quali imprendete a ragionare (le quali virtú della mente rendete amabili e care con la singolare soavitá de’ costumi, i quali a maraviglia temperate di gentilezza e di gravitá), — con augusti auspíci partiste per lo vostro letterario viaggio da Roma; e, giunti qui in Napoli, vi conciliaste la venerazione di tutti i dotti uomini co’ quali entraste in letterari ragionamenti, de’ quali sopra tutt’altri mostraste di dilettarvi di quelli che si facessero d’intorno a materie di diritto naturale delle nazioni. Con l’occasione d’uno de’ quali, essendosene l’Eccellenza Vostra riverendissima ricordata, Ella al lettore di eloquenza di questi Regi Studi, signor Giambattista Vico, ch’è ’l primo il quale in Italia n’ha scritto, gentilmente disse di averne in Roma veduto un di lui libro che ne trattava; e sí gli diede l’ardire di presentarglielo il giorno appresso, ed Ella con grandezza d’animo gradinne il presente ed onoronne l’autore. Quindi per lo rimanente d’Italia e per oltramonti destaste di voi l’ammirazione negli animi degli piú grandi letterati d’Europa, come del signor abate Longuerue, il quale per l’ammirabile sublimitá del sapere vien riputato il Socrate della Francia; del signor Fontenelle, gran filosofo e mattematico, ond’è riputato uno de’ maggiori ornamenti dell’Accademia real di Parigi; de’ due rari ingegni de’ quali va adorna e superba la celebratissima Accademia di Leyden, voglio dire del signor Graavezande e del signor Vitriario, il primo assai eccellente nelle scienze fisiche e mattematiche, l’altro nella conoscenza universale delle leggi e della storia, apprendendo da quello, come da vivo e pieno fonte, le sperienze d’intorno alla natural scienza, e da questo il diritto della natura e delle genti, al qual solo fine imprendeste sí lodevole e lungo cammino.Formovvi a cotesta sublime e, per parlare con degnitá, eroica idea di sapienza la vostra splendidissima prosapia, nella quale, come ruscelli in fiume, è derivato il sangue di tante
case sovrane della Germania, e, come aure feconde, vi cospirarono a crescere, germogliare e produrre le celesti frutte dell’umano e divin sapere i vostri gloriosi maggiori, per imprese di guerra e per arti di pace chiarissimi. E perché fôra ben lungo, e materia piú ampia che da chiudersi dentro i brievi confini d’una lettera, ripetergli da’ loro primi antichissimi tempi, e perché ad imitare vagliono piú efficacemente i vicini, e piú di tutti i presenti, cotesti furono un eminentissimo e per dottrina e per alti maneggi sappientissimo cardinal Ernesto Adolfo d’Harrach, arcivescovo di Praga e vescovo di Trento, il quale, incaricato degli affari dell’imperadore, intervenne al conclave di Clemente x; un signor conte Ferdinando Bonaventura di Harrach, vostro avolo, maggiordomo maggiore e primo ministro dell’imperadore Liopoldo di gloriosa memoria; i vostri valorosi zii, monsignor di Harrach, arcivescovo di Salzburgo, passato a miglior vita, e ’l signor conte feldmaresciallo Giovan Giuseppe conte d’Harrach; invitandovi a generosa gara il signor conte Federico, primogenito fratello vostro, inviato per lo regno di Boemia alla Dieta di Ratisbona, ambasciadore alla corte di Torino ed or incaricato degli piú importanti affari di Sua cesarea cattolica Maestá alle corti dell’Imperio; come anco il signor conte Vencislao di Harrach, gran croce della Religione gerosolomitana, ed in acerba, quantunque assai di senno matura etade, glorioso generale delle galee di Malta, e per essa Religione ambasciadore al re di Portogallo ed a questo nostro eccellentissimo signor viceré, vostro padre, ed ora colonnello nel reggimento del signor conte maresciallo vostro zio. Ma piú d’ogni altro sopra cotesta grande idea vi ha formato col vivo esemplo della sua incomparabil virtú e sapienza, l’eccellentissimo signor conte d’Harrach, odierno viceré di questo grande reame, vostro padre degnissimo, il quale, gloriosamente ostinato del solo giusto e diritto, gloriosamente appassionato del solo merito, ha promosso sappientissimi giureconsulti a regî maestrati, dottissimi e santissimi preti e regolari (e tra questi, con raro esemplo, dentro un anno o poco piú, cinque regî lettori di questa Universitá) a’ regî vescovadi, e, con una sollecita vigilanza sopra degli ordini, con una osservanza religiosissima inverso le leggi, con una pazienza indefessa e singolare benignitá nell’udienze, con una inistancabile industria, soprafino scorgimento e ammirabil prudenza nel comandare gli affari, con una venerabile gravitá nelle risposte, con una sempre a sé simile e con tutte l’altre corrispondente constanza nelle azioni, ne fa godere la pubblica sicurezza, nonché ne’ luoghi celebri, nelle piú diserte campagne, l’abbondanza nelle piazze, la giustizia ne’ tribunali e la civil felicitá dappertutto. Onde pubblico voto è di tutti che ’l nostro augustissimo imperadore, re della Spagna, lo vi mantenga al governo di questo Regno finché egli vive, e che viva gli anni di Nestore. E ben tutto ciò che, con addolorare la vostra modestia, ho detto di voi, e molto anco di piú, che noi ne abbiam detto di meno, Sua cesarea cattolica Maestá ha contestato, con aver nominato l’Eccellenza Vostra riverendissima all’auditorato della Sagra Ruota romana, e ne fa sperare in brieve lo stesso dell’eccellentissimo signor conte Ferdinando, formato con essolei allo stesso torno cosí della dottrina come della virtú.Si compiaccia adunque l’Eccellenza Vostra riverendissima, per tutti questi argomenti, di gradire, con la grandezza dell’animo propia del vostro alto stato e sapienza, questo piccol dono, che riverentemente l’offero in testimone del moltissimo che, con tutti i giusti estimatori delle cose, io professo della stima che si debbe al merito vostro immortale.
Napoli, a dí 10 ottobre 1731.
Di Vostra Eccellenza riverendissima umilissimo divotissimo ed obbligatissimo servitore
Pietro Belli.
II. Le Accademie e i rapporti tra la filosofia e l’eloquenza
II
Le Accademie e i rapporti
tra la filosofia e l’eloquenza
Discorso pronunciato nella quarta inaugurazione annua dell’Accademia degli Oziosi radunata in casa di don Nicola Salerno dei baroni di Lucignano
(gennaio 1737)
Questo nome «Accademia», che abbiamo preso da’ greci per significare un comune d’uomini letterati uniti insieme affin di esercitare gl’ingegni in lavori di erudizione e dottrina, egli sembra che con piú propietá di origine non si convenga ad altra che a questa nobilissima ragunanza. Imperciocché le altre o sono state istituite per recitarvi discorsi d’intorno a’ singolari problemi appesi all’arguta bilancia di contrapposti, o per disaminarvi particolari argomenti o di lingue o di esperienze. Ma l’Accademia fondata da Socrate era un luogo dov’egli con eleganza, con copia, con ornamenti ragionava di tutte le parti dell’umano e divin sapere, siccome in questa è ordinato che gli accademici con colte, abbondanti ed ornate dissertazioni vadano scorrendo tutto l’ampio campo della sapienza. Talché quest’accademia può dirsi quella dove Socrate ragionava.
Un tale ordinamento reca primieramente quella grandissima utilitá: che, quantunque i gentili spiriti, i quali vi si radunano, essi o per diletto overo per professione sieno applicati ad un particolare studio di lettere, però in sí fatti congressi
vengonsi col tempo a fornire di tutte le cognizioni che fan bisogno ad un sappiente compiuto. Di poi, ciò che importa assaissimo, vi si ricompongono col lor natural legame il cuore e la lingua, che Socrate,pien di filosofia la lingua e ’l petto,
teneva strettamente congionti insieme. Perché fuori della di lui scuola si fece quel violento divorzio: che i sofisti esercitarono una vana arte di favellare, e i filosofi una secca ed inornata maniera d’intendere. Però gli altri greci filosofanti, come di una nazione quanto mai dire o immaginar si possa dilicata e gentile, scrissero in una lingua la quale, come un sottilissimo puro velo di molle cera, si stendeva sulle forme astratte de’ pensieri che concepivano; e, quantunque ne’ loro filosofici ragionamenti avessero rinnonziato all’ornamento e alla copia, però conservarono l’eleganza.
Ma, ritornandosi a coltivare le filosofie in mezzo alla piú robusta barbarie, dandovi cominciamento Averroe col commentare le opere di Aristotele, vi s’introdussero una sorta di parlari ciechi affatto di lume, non che privi di ogni soavitá di colore, una maniera sazievole di ragionare, perché sempre l’istessa della forma sillogistica, e un portamento neghittosissimo, dando i numeri tutto l’ordine a’ loro discorsi con quelli «Praemitto primo», «Praemitto secundo», «Obiicies primo», «Obiicies secundo». Tanto che, se io non vado errato, porto opinione che, [se] ne’ nostri tempi l’eloquenza non sia rimessa nel lustro de’ latini e de’ greci, quando le scienze vi han fatto progressi uguali e forse anche maggiori, egli addivenga perocché le scienze s’insegnano nude affatto d’ogni fregio dell’eloquenza. E, con tutto che la cartesiana filosofia abbia emendato l’error dell’ordine in che peccavano gli scolastici, riponendo tutta la forza delle sue pruove nel metodo geometrico, però egli è cosí sottile e stirato che, se per mala sorte si spezza in non avvertire ad una proposizione, è niegato affatto a chi ode d’intender nulla del tutto che si ragiona.
Ma dall’Accademia di Platone, che avea udito per ben otto anni, uscí Demostene, ed uscinne armato del suo invitto entimema, ch’egli formava con un assai ben regolato disordine, andando fuori della causa in lontanissime cose, delle quali temprava i fulmini de’ suoi argomenti, i quali, cadendo, tanto piú sbalordivano gli uditori quanto da essolui erano stati piú divertiti. E dalla stessa Accademia Cicerone professa essersi arricchito della felice sua copia, che, a guisa di gran torrente d’inverno, sbocca dalle rive, allaga le campagne, rovina balze e pendici, e, rotolando pesanti sassi ed annose quercie, trionfante di tutto ciò che fecegli resistenza, si ritorna al propio letto della sua causa.
Né a difesa del nostro poco spirito, per questo istesso che affettiamo d’essere tutto spirito, giova punto risponder quello: che Demostene e Cicerone regnarono in repubbliche popolari, nelle quali, al dir di Tacito, vanno del pari l’eloquenza e la libertá. Perché quell’eloquenza, che aveva Cicerone usato nella libertá, poscia adoperò appresso Cesare, fatto signore di Roma, a pro di Quinto Ligario: nella qual causa gli tolse dalle mani, assoluto, quel reo che ’l dittatore, in entrando nel Consiglio, si era apertamente professato di condannare, dicendo quelle parole: «Nunquam hodie tam bene dixerit Cicero, quin Ligarius e nostris manibus effugiat». E nel Cinquecento, nel quale si celebrò una sapienza ben parlante, cosí Giulio Camillo Delminio fece venire le lagrime sugli occhi di Francesco i re di Francia con l’orazione che gli disse per la liberazione di suo fratello, come monsignor Giovanni della Casa commosse l’imperador Carlo v con quella dettagli per la restituzion di Piacenza. E pure l’orazione a pro di Ligario è la piú gloriosa di tutte l’altre di Cicerone, nella quale egli trionfò con la lingua di chi con l’armi avea trionfato del mondo: e dell’altre due recitata l’una ad un grandissimo re, l’altra ad un chiarissimo imperadore, quella è una regina, e questa l’imperatrice delle orazioni toscane.
Or, per raccogliere il detto in brieve, voi, signori, con maestrevole accorgimento adoperate di praticare quel precetto
di Orazio, che, ristretto in tre versi, contiene tutta l’arte cosí in prosa come in versi di ben parlare:Scribendi recte sapere est et principium et fons:
perché non vi è eloquenza senza veritá e degnitá, delle quali due parti componesi la sapienza.
Rem tibi socraticae poterunt ostendere chartae:
cioè gli studi della morale, che principalmente informano il sapere dell’uomo, nella quale, piú che nell’altre parti della filosofia, Socrate fu divinamente applicato; onde di lui fu detto: «Moralem philosophiam Socrates de coelo revocavit».
Verbaque provisam rem non invita sequentur:
per lo natural legame onde noi dicemmo essere stretti insieme la lingua e ’l cuore, perocché ad ogni idea sta naturalmente la sua propia voce attaccata, onde l’eloquenza non è altro che la sapienza che parla.
Sono scorsi ormai ben tre anni che questa nobile accademia, in questo riguardevol luogo dal gentilissimo signor don Niccolò Salerni onorevolmente accolta, fu istituita e, con lo stesso fervore col quale ha incominciato, felicemente prosiegue, contro il maligno corso della stolta fortuna, la quale le belle imprese attraversa, e soventi fiate ne’ primi lor generosi sforzi invidiosa opprime. Or in quest’anno la vostra generositá, sopra ogni mio merito, mi ha voluto ed ordinato custode e collega del signor di Canosa, nobilissimo fregio di cui questo comune si adorna, avendovi creato censore il signor don Paolo Doria, mente di rari e sublimi lumi e, per le molte opere di filosofia e di mattematica, celebratissimo tra’ dotti di questa etá; e, per colmarmi di sommo e sovrano onore, mi ha comandato che io vi facessi l’anniversaria apertura. Laonde, raccolte tutte le mie potenze in un pensiero di altissima riverenza, dettandomi la formola il gran padre Agostino, sotto
la cui protezione quest’accademia sta rassegnata, concepisco questo voto con queste solenni e consegrate parole: — Odi, umilmente ti priego, odi, non favolosa Minerva, Sapienza eterna, generata dal divin capo del vero Giove, l’onnipotente tuo Padre. Oggi in tua lode, in tuo onore, in tua gloria si riapre questo quarto anno accademico: lo che sia a perfezione di questi ben nati ingegni, poiché la sapienza è la perfezionatrice dell’uomo nel suo propio esser d’uomo, ch’è mente e lingua.III. Poesia e Oratoria
III
Poesia e oratoria
Premessa alle «Rime scelte» di Gherardo De Angelis.
(Firenze, 1730)
Giambattista Vico al leggitore.
Il signor De Angelis quattro suoi canzonieri, che a lui giovinetto avevano conciliato la stima de’ dotti uomini, ha in buona parte suppressi e, in poca rimastavi, ha migliorati e contornati ad una forma piú luminosa. Lo che certamente, o cortese leggitore, dovratti recar maraviglia: che, non essendo in lui ancora, non diciam raffreddato, ma intiepidito l’ardor dell’invenzione, e invenzion giovanile — il qual, fervendo, rappresenta l’opere troppo conformi all’idee, dalla qual conformazione, e non altronde, nasce il compiacimento, — egli, con senil maturezza di senno, abbia potuto sconoscere tali suoi nobili parti d’ingegno di fresco nati, i quali naturalmente non si sconoscono che per lunga etá dagli autori giá fatti vecchi. Ma cesserai di maravigliartene, se sarai persuaso dell’altezza dell’animo, che è ’l fomento onde s’accende l’estro che debbe infiammare lo stil sublime, con la quale l’autore, disprezzando tutto ciò che suol ammirar il volgo, e ’n conseguenza ogni dottrina o vana o falsa che si appaga sull’ammirazione del volgo, le lodi di essi dotti egli non ha per meta, ma per incentivi o sproni al corso che tiene verso la vera gloria. Maraviglia bensí dovrá cagionarti che egli ha ciò fatto, ove abbia avuto alcun brieve tempo di rallentar l’animo
dagli studi severi e gravi o dalla scienza in divinitá o da’ lavori delle sagre orazioni, le quali, ora da lui recitandosi, tanta lode gli acquistano appresso i saccenti quanta gliene avevano recato le poesie.Perché le cose della nostra teologia, che superano ogni senso ed ogni immaginazione, di troppo spossano la poetica facoltá, la qual allora è piú grande ove piú vivamente sente ed immagina. Ed appo i greci e i latini furono cosí stabilmente divisi e fermi e religiosamente osservati i confini dell’eloquenza e della poesia, che non vi ha pur uno ch’avessevi scritto ed orazioni e poemi; e di Cicerone, che volle osarlo, vennero in tanto discredito, che francamente da Giovenale sono motteggiati «ridenda poëmata». Cagion di ciò ella fu: perché, vivendo esse lingue, e regnando le medesime in repubbliche popolari; e perché la lingua de’ poeti dee esser diversa dalle volgari de’ popoli, onde Ciceron disse «poëtae aliena», o, come meglio altri leggono, «alia lingua loquuntur», per quella eterna propietá uscente dalla natura di essa poesia, ritruovata nella Scienza nuova, ch’ella fu un parlar naturale de’ popoli eroici, i quali fiorirono innanzi di formarsi le lingue volgari: per ciò gli oratori si guardarono a tutto potere di comporre in versi, per timore che nelle dicerie non cadesse loro innavvedutamente di bocca alcuna espressione la quale, perché non volgare, offendesse il popolo, che voleva ben esser informato delle cause le quali si trattavano, e de’ motivi onde doveva piú in una che in altra forma comandarle: per la cui contraria ragione, i poeti erano naturalmente vietati di esercitare l’arte oratoria. Ma, quantunque ora nell’Italia non vi sia tal timore, perché la lingua della prosa oggi è una lingua comune de’ soli dotti e gli Stati vi sono quasi tutti monarchici, ove non ha molto che far l’eloquenza, per ciò che ne avvisa l’autore del dialogo De caussis corruptae eloquentiae, sia egli Quintiliano o Tacito, pur dura tal distinzion di confini, che, tra tutti, appena due vi han lavorato orazioni e poesie egualmente grandi, Giovanni Casa e Giulio Camillo Delminio. Cotal riflessione ti può dare certo argomento, o
leggitore, che ’l nostro valoroso giovane abbia a riuscire anche un grande predicatore.Ciò finora si è detto per quello riguarda l’ingegno, la facoltá e ’l giudizio dell’autore. Mi rimane poco a dire per appruovartene il costume. Egli aveva ciò fatto per tranquillare la coscienza delle sue cognizioni e veder privatamente tutti i suoi componimenti vestiti d’un colore piú conforme di stile. Ma gli amici, i quali sopra il di lui animo, naturalmente gentile ed ossequioso, posson molto e per amicizia e per autoritá, e co’ conforti e co’ prieghi l’hanno spinto che lasciasse di nuovo uscirgli per le stampe. Non è perciò che contengano cose le quali sconvengano al suo presente piú degno stato, e pochissimi componimenti, fatti da lui nella piú fervida etade, pur da sensi onestissimi sono avvivati.
Vivi felice.
IV. Idea d’una Grammatica Filosofica
IV
Idea d’una grammatica filosofica
A proposito della Grammatica di Antonio d’Aronne.
La metafisica è una scienza la quale ha per oggetto la mente umana: ond’ella si stende a tutto ciò che può giammai pensar l’uomo. Quindi ella scende ad illuminare tutte le arti e le scienze che compiono il subietto dell’umana sapienza. Le prime tra queste sono la grammatica e la logica: l’una che dá le regole del parlar dritto, l’altra del parlar vero. E perché, per ordine di natura, dee precedere il parlar vero al parlar dritto, perciò, con generoso sforzo, Giulio Cesare della Scala, seguitato poi da tutti i migliori grammatici che gli vennero dietro, si diede a ragionare delle cagioni della lingua latina co’ princípi di logica. Ma in ciò gli venne fallito il gran disegno, con attaccarsi a’ princípi di logica che ne pensò un particolare uomo filosofo, cioè con la logica di Aristotele, i cui princípi, essendo troppo universali, non riescono a spiegare i quasi infiniti particolari che per natura vengono innanzi a chiunque vuol ragionare di una lingua. Onde Francesco Sanzio, che con magnanimo ardire gli tenne dietro nella sua Minerva, si sforza colla sua famosa «ellissi» di spiegare gl’innumerabili particolari che osserva nella lingua latina, e con infelice successo, per salvare gli universali princípi della logica di Aristotele, riesce sforzato e importuno in una quasi innumerabile copia di parlari latini, de’ quali crede supplire i leggiadri ed eleganti difetti che la lingua latina usa nello spiegarsi.
Ma il quanto acuto tanto avveduto autore di questa novella Grammatica ha ridotto tutte le maniere di pensare che nascer mai possono in mente umana intorno la sostanza, e le innumerabili varie diverse modificazioni di essa, a certi princípi metafisici cosí utili e comodi che si ritruovano avverati in tutto ciò che la grammatica latina propone nelle sue regole e nelle sue eccezioni. Il frutto d’una sí fatta grammatica è grandissimo, perché il fanciullo, senz’avvedersene, viene informato d’una metafisica, per dir cosí, pratica, con cui rende ragione di tutte le maniere del suo pensare: appunto come colla geometria i giovani, pur senz’avvedersene, apprendono un abito di pensare ordinatamente. Per tutto ciò, secondo il mio debole e corto giudizio, stimo questa Grammatica degna della pubblica luce, siccome quella che porta seco una discoverta di grandissimi lumi alla repubblica delle lettere.
V. Le traduzioni Poetiche
V
Le traduzioni poetiche
il «De rerum natura» di Lucrezio
e l’antichitá e nobiltá della medicina
Prefazione alla Sifilide di Girolamo Fracastoro, tradotta da Pietro Belli. (1731)
Al discreto leggitore Giambattista Vico.
Il signor don Pietro Belli, nato da una delle piú nobili famiglie che illustrano la cittá di Lecce — la quale, dopo Napoli, capitale di questo Regno, e per magnificenza di edifici e per frequenza di abitatori e per isplendore di civili costumi e per ricchezza di marittimi traffichi, è la piú riputata, — adorno di buone cognizioni di filosofia, assai bene inteso di lingua latina e nella toscana versatissimo, ha tradotto la Sifilide di Girolamo Fracastoro, la qual ora, o per elezione o per fortuna, hai tu, discreto leggitore, preso tra le mani. Mi piace di ragguagliarti cosí della cagione la quale l’ha mosso a far questa traduzione, come del consiglio c’ha seguitato in condurla.
La principal cagione, la quale l’ha indutto a farla, è stata per profittare nella toscana poesia, la qual facultá non può con piú util esercizio acquistarsi che col, traducendo, gareggiare i poeti migliori della lingua latina, tanto naturalmente eroica, sublime e grande quanto è tenera, gentile e dilicata volgarmente la greca. Perché, cosí faccendo, le nobil maniere del concepire poetico restano piú altamente impresse nella
fantasia col trattenervisi molto sopra e col proccurare di renderle nella nostra favella con iguale splendore, ornamento e bellezza; ond’è avvenuto che gli piú valorosi toscani poeti del Cinquecento sono stati anco chiari poeti latini, come lo furono Giovanni Casa, Pietro Bembo, Giacomo Sannazaro ed altri.In sí fatto studio egli, com’era diritto e ragione, ha ammirato il conte dell’Anguillara nella traduzione della Metamorfosi d’Ovidio, Annibal Caro in quella dell’Eneide di Virgilio, ed in quella della Tebaide di Stazio l’eminentissimo cardinal Bentivogli, sommo e sovrano ornamento a’ dí nostri della letteratura italiana in pregio di poesia quanto lo fu in quello della prosa l’altro cardinal Bentivogli, scrittore delle Guerre di Fiandra.
Con assai diritto giudizio, quella del Marchetti non gli è paruta di tanto, accagionché Tito Lucrezio Caro tenne uno stile di sermon volgare latino, dello che meritò pur una somma lode d’aver portato nella lingua latina, ed in versi di piú, un’affatto nuova materia greca; ma, a riserva delle poetiche introduzioni a’ suoi libri e d’una o d’altra digressione — come quella nella nota dilicata innimitabile descrizione della tenera giovenca c’ha perduta la madre, e quella nella nota grande incomparabile ove descrive la pestilenza d’Atene, — del rimanente tratta le materie fisiche con uno stile niente diverso da quello con cui si sarebbon insegnate in una scuola latina di filosofia naturale. Onde s’intenda quanto taluno, nonché degli stili poetici latini, sia affatto ignorante di essa lingua medesima, il quale ragguaglia coloro che non hanno veduto l’opera che ’l padre Quinzi della Compagnia di Gesú abbia scritto i suoi nobilissimi libri De’ bagni alla maniera di Lucrezio: quando ed esso chiarissimo autore apertamente professa d’avergli lavorati sull’esemplo della Georgica di Virgilio, ove tratta poeticamente di essa arte villereccia, e l’opera stessa, ad ogni scolaretto c’ha nella scuola della gramatica Virgilio spiegato, manifestamente il dimostra.
Perciò il nostro avvedutissimo traduttore si ha eletto piú degli altri questo celebratissimo poeta, il quale sol di tanto
ha da ceder agli piú celebrati latini nel tempo; ma, per questo istesso, egli non dee loro ceder punto in valore, anzi, mi fo lecito dirlo, gli supera. Perché quelli avevano scritto quando essa lingua vivente fioriva, e questi scrisse quando per lungo tratto di secoli era giá morta, e scrisse poeticamente d’una materia affatto nuova, nonché a’ latini, a’ medesimi tempi suoi.E tutto ciò il signor Belli ha egli fatto per avvezzare l’ingegno con simigliante esercizio non solo a parlare poeticamente di ciò che deve, perocché quel poeta che parla di ciò che vuole, egli è il triviale pittor d’Orazio, il quale
...scit simulare cupressum;
ma anco per accostumarlo al piú difficile, perché piú grande, lavoro della poesia, il qual è con la novitá della materia strascinarsi dietro, come necessaria, la novitá della locuzione, e con entrambe destare la maraviglia, la qual sola passione del cuor umano è quella che col silenzio acclama allo stil sublime.
Però egli sembra ch’essa materia non abbia dell’eroico. Ma a chiunque leggiermente vi rifletta sopra e combini, si fa manifesto che ella lo ha pur benissimo.
Perché la medicina negli antichissimi tempi fu professione d’eroi: onde tant’erbe ne serbano ancor i nomi fin al dí d’oggi. Medea co’ suoi rimedi rinnovella il suo vecchio padre Esone. La moglie di Tono, re d’Egitto, ad Elena rigala il nepente. E di esser lo dio della medicina fa vanto esso Apollo, il quale nella Scienza nuova si è ritruovato dio della luce civile o sia della nobiltá. Ed a’ tempi barbari ricorsi ella fu solamente praticata da’ grandi signori, de’ quali insigne è Giovanni signor di Procida, che fu l’autore del Vespro siciliano, e ne serba oggi ancor il nome il suo empiastro: com’altri medicamenti pur gli serbano di re e di grandi, quali sono il «Mitridatico», l’«unguento della Contessa», e oggi è celebratissimo purgante la «polve del conte Palma». Il qual costume eroico veggiamo rimasto tra’ potenti signori, i quali si gloriano di graziosamente dispensare chi uno, chi altro efficace
specifico per gli malori che travagliano la salute degli uomini; e gli re d’Inghilterra si pregiano d’esser príncipi della real Societá anglica, la quale per lo piú si compone di medici, i quali in quel reame son nobilissimi; e la casa de’ granduchi di Toscana, fra le altre, pone magnificenza nella sua Fonderia.Il vero è che essa materia è trattata con princípi i quali ora non soddisfano al buon gusto del fisicare presente, perché l’autore siegue la vanitá dell’astrologia e spiega le ragioni naturali di cotal morbo per «qualitá». Ma, nientemeno, vi sfolgora di tempo in tempo alcuni grandi lumi di fisica e medicina: oltreché questi libri sono necessarissimi d’esser trapportati in tutte le lingue viventi, almeno per la storia naturale d’un tanto malore, c’ha dato il guasto ad una gran parte ed ha gravemente infievolito l’altra di quasi tutto il gener umano.
Ciò sia detto d’intorno all’elezione di tal fatica, c’ha fatto con saggio avvedimento il nostro nobil traduttore di tal poeta. Ora mi rimane poc’altro a dire della condotta che vi ha tenuto.
Egli si è ristretto tra gli autori príncipi della toscana favella, particolarmente poeti, per apparecchiare all’idee poetiche latine la materia piú pura e l’impronta migliore che posson unquemai avere le voci e le frasi nostre poetiche italiane. Quindi, nel tradurre questi aurei libri, ha avuto due cose principalmente dinanzi agli occhi: la veritá de’ sentimenti per esser fedele, e la degnitá dell’espressioni per esser esatto traduttore. E, per l’interesse della veritá, d’intorno alle voci dell’arte, le quali non si sanno che da’ maestri dell’arti, egli, particolarmente nella botanica, come la prudenza il richiedeva, si è consigliato con saccenti espertissimi professori. Per la degnitá, poi, si è a tutto potere studiato dentro i medesimi tratti latini di dir in volgare né piú né meno né altrimenti, per isperimentare quanto possa la nostra rendere del nerbo e vigore c’ha la poetica latina favella; e, per ciò fare, ha usato, ove la bisogna il richiedeva, alcune maniere antiche, le quali, anco senza cotal necessitá, a tempo e luogo adoperate, fanno grave e veneranda essa poetica locuzione.
Prendi adunque, o discreto leggitore, a leggere questa lodevolissima traduzione con animo di compiacertene, il qual animo certamente non puoi tu avere se non la prendi a leggere almeno con una indifferente curiositá di veder ciò che dica. E ti priego a giudicarne su questa riflessione: che del tuo giudizio ha a giudicare il comune de’ dotti; e non voglio né debbo — né ’l voglio perché non debbo — estimarti che tu non sappia discernere i confini eterni delle cose le quali tra loro a morte combattono, e che si abbia teco a poner in consulta la necessitá se tu ami meglio d’appruovarti appo gl’indifferenti per giudice di cuor diritto ed equanime o di accusarti per un invidioso livido e dimagrato.
Vivi felice, ch’i filosofi diffiniscono con salute e con sapienza.
VI. L’Epistola di Orazio
VI
L’Epistola di Orazio ai Pisoni al lume della «Scienza nuova»
Note in margine
(dopo il 1730)
1.
De unitate poëmatis.
[vv. 1‐23]
Humano capiti... — Monstrosum poëma est, cuius partes in unam certam formam non congruunt: uti naturalia monstra sunt, quorum corpora ex aliis diversisque ab eorum natura partibus coaluere.
... cervicem pictor... — Recte poëta poësim picturae comparat: namque pictura mutum poëma, poëma loquens pictura dici solet. Et sane is optimus poëta est, qui sensilibus imaginibus res exponit, ut lectorum oculis, non intellectu, percipiantur.
... equinam | iungere si velit, et varias inducere plumas, | undique collatis membris,... — Ingeniose fingit hoc monstrum ex omnium animantium partibus, quae caelo, terra marique gignuntur; eaque ad duo summa genera revocat: rationis nempe expers et particeps.
... ut turpiter atrum | ... — Sordidum, sozzo: nam sordes nigrum colorem offundunt.
... desinat in piscem mulier formosa superne: | spectatum admissi, risum teneatis, amici? | Credite, Pisones, isti tabulae
fore librum | persimilem, cuius, velut aegri somnia, vanae | fingentur species: ut nec pes, nec caput uni | reddatur formae. — His verbis stat praeceptum de unitate poëmatis.Pictoribus atque poëtis | ... — Id obiicitur inde quod poëta poësim cum pictura comparaverat.
... quidlibet audendi semper fuit aequa potestas. | Scimus et hanc veniam petimusque damusque vicissim. | Sed non ut placidis coëant inmitia; non ut | serpentes avibus geminentur,... — Eleganter dictum a partubus geminis.
... tigribus agni. | — Atqui sunt pictores qui eiusmodi monstrosas imagines eleganter depingunt, quae a nostris dicuntur «pitture di rabesco». Sed cum his componi possunt poëtae qui id agunt ut risum moveant, excitentque tragoediae quae in comoedias abeunt: uti ex Latinis Petronius Arbiter in Satyrica, quod sane quoddam poëmatis genus est, et ex Italis Alexander Tassonius in poëmate inscripto La secchia rapita.
Inceptis gravibus plerumque... — Apponit monstrosorum poëmatum exempla.
... et magna professis, | purpureus, late qui splendeat, unus et alter | adsuitur pannus;... — Cum eius generis purpurea chlamyde rex Armeniae Tyridates, Romae theatrum in sole ingressus, omnium spectatorum oculos in se convertit, quibus candens flamma prodire, incedere ac sedere visus est.
... quum lucus et ara Dianae, | et properantis aquae per amoenos ambitus agros; | aut flumen Rhenum,... — Parvus in Italia fluvius amoenissimus, non qui Germaniam a Gallia dividit, quem in Annalibus describit sublimis Tacitus.
... aut pluvius describitur arcus. | Sed nunc non erat his locus. Et fortasse cupressum | scis simulare:... — Satis scita emphasi «cupressum» dicit, qua nihil facilius pingi potest.
... quid hoc? si fractis enatat exspes | navibus, aere dato, qui pingitur?... — Ut, tabella in aede Neptuni suspensa, voti reus voto solutus sit.
... amphora coepit | institui; currente rota, cur urceus exit? | Denique, sit quidvis simplex dumtaxat et unum. — Haec est complexio praecepti de unitate poëmatis.
2.
De artis necessitate.
[vv. 24‐37]
Maxima pars vatum,... — Natura quidem cuiusque facultatis pars potissima est, sed incerta. Quare acuti homines caussas investigarunt ex quibus natura aut recte aut prave fecisset, et ita artes invenerunt, quarum praeceptis artifices in suis operibus efficiendis recta sequantur, prava declinent.
... pater et iuvenes patre digni, | decipimur specie recti: brevis esse laboro, | obscurus fio: sectantem levia... — Elegantias verborum.
... nervi | deficiunt animique;... — Robur sententiarum. Vitium formae temperatae.
... professus grandia turget; | ... — Idque est vitium formae sublimis.
... serpit humi... — Vilescit.
... tutus nimium timidusque procellae. | — Et id vitium est formae tenuis.
Qui variare cupit rem... — Poëma ornare. Dictum a veste varia.
... prodigialiter... — Miris fabulis.
... unam, | delphinum silvis appingit, fluctibus aprum. | — Quod nonnisi in universali diluvio eveniret; atque id tamen ipsum in omnium urbium, gentium, animantium submersione notare, ut ne dicam ridiculi, certe pusilli ingenii nota esset.
In vitium ducit culpae fuga, si caret arte. | Aemilium circa ludum... — Gladiatorium: unde Italis venit «giuocare di scherma».
... faber, unus et ungues | exprimet, et molles imitabitur aere capillos: | infelix operis summa, quia ponere... — Componere: namque ex aere membratim funduntur corporis partes, deinde ferruminentur. Atque heic recurrit superius praeceptum de unitate poëmatis. At Zeuxis Helenam Crotoniatibus pinxit compositam ex duodecim puellarum singulis membris, quibus
praestabant egregiis, et in unaquaque cetera non erant ad idem pulchritudinis instar; idque divinus pictor ex arte praestitit qua genus pulchrae feminarum formae quodammodo factum mente conceperat, in quod illae duodecim puellarum pulcherrimae partes muliebre corpus unum ex natura quidem, sed supra naturam pulchrae collatae, non verae pulchrae spectarentur. Ex quibus dictis hoc sane mirum confici potest: falsum poëticum esse quoddam verum metaphysicum, seu, ut nunc loquuntur, «d’idea», cum quo vera physica collata falsa esse videantur.... totum | nesciet: hunc ego me, si quid componere curem, | non magis esse velim, quam naso vivere pravo | spectandum nigris oculis nigroque capillo.
3.
De facultate poetica.
[vv. 38‐41]
Sumite materiam... — In primis poëtam diligere poëmatis genus oportet, cuius habeat facultatem.
... vestris, qui scribitis, aequam | viribus, et versate diu quid ferre recusent, | quid valeant humeri. — Baiulorum exemplo, qui prius explorant onera, quibus ferendis pares suas sentiant vires.
Cui lecta potenter erit res, | ... — Cuius abeat facultatem, quae priscis dicebatur «faculitas», unde porro dicta «facilitas».
... nec facundia... — Quae ab ipsa nascitur facultate. Ea enim virtus orationis est, qua quae dicuntur, non ab auctore, sed ultro, sive ex se ipsis, atque adeo natura prodire videantur: unde Homeri poëmata et picturae Nicomachi a Graecis αὐτόστατα dicebantur; uti Ludovici Ariosti poëma et Francisci Guicciardini historiae apud nos Italos dici possent.
... deseret hunc, nec lucidus ordo. — Nam quae natura fiunt, ea ex aeterno rerum ordine nascuntur. «Facundia» autem et «lucidus ordo», quae heic dicit Horatius, ab Italis verterentur «naturalezza e propietá».
4.
De ordine fingendorum.
[vv. 42‐45]
Ordinis haec virtus erit et venus, haud ego fallor: | ... — Quia ordo pulchritudinem rerum gignit, cum et heic inferius poëta dicit: «Singula quaeque locum teneant sortita decenter».
... ut iam nunc dicat, iam nunc debentia dici | pleraque differat, et praesens in tempus omittat: | hoc amet, hoc spernat promissi carminis auctor. — Ad id servandum praeceptum tenenda quaedam de rebus humanis analysis idearum, quae omnia ab re, qua de agitur, aliena dividat; atque ea ipsa, quae rei insunt propria, alia in alia protinus infert; eaque ratione quod dicitur, ita suo tempore locoque prodit ut e re natum esse videatur: quemadmodum in natura rerum quaeque forma omnia sibi extranea ab se amovet, et cuiusque semen ab stirpe per suum truncum, ramum, ramale, stelum, prius florem, deinde fructum educit. Ad hoc exemplum quae ordine dicuntur, natura dici videntur. Hinc mira illa in oratione virtus latet, quae auditorem detinet, nec lectorem sinit librum nisi perlectum relinquere: quia hac, quam dicimus «idearum analysim», prima quodammodo se aperiunt ut mox pariant quae sequuntur. Hinc illa eximia dictorum laus, ut alii, quamvis acuti, si aetatem cogitent, magis proprie dicere non possint: qua ex caussa, nec aliunde, praeclara sapientum dicta celebrantur.
5.
De locutione poëtica.
[vv. 46‐72]
In verbis... — Id fortasse potissimum movit Horatium ad hunc scribendum De arte poëtica librum: quod ipsius detractores dicerent eum lyrica vocibus phrasibusque e graeca in
latinam linguam versis composuisse, namque in Satyris Epistolisque et hoc ipso De arte libro purus, putus, vulgaris latinus est.... etiam tenuis... — Non «parcus», ut vulgo interpretantur, namque id praecipitur paulo inferius in verbis «dabiturque licentia sumpta pudenter»; sed «tenuis» heic significat quod nos diceremus «con dilicatezza».
... cautusque serendis, | dixeris egregie,... — Appositissima voce dictum: nam, ut «egregium» est «e grege delectum», ita locutio poëtica e vulgari supra vulgarem linguam assurgit. Quam praecipue conflant «verba de medio lecta» quae dicit Cicero, quibus in primis hoc ipsum numero fit: quod Horatius dicit «egregie dicere».
... notum si callida... — Nempe tenuis et cauta, quod superius dixit.
... verbum | reddiderit iunctura novum. Si forte necesse est, | indiciis monstrare recentibus abdita rerum: | ... — Animi sententias, quae latine manifestari non possunt.
... fingere cinctutis... — Quum antiquos dicit, antiquo vocabulo perbelle utitur. «Cinctutus» enim antiquitus dicebatur pro «cincto», et «cincti» pro «militibus», qui ut plurimum rudes sunt: unde «discinctus» pro «militia exauctoratus». Quare non existimem heic ab Horatio intelligi Marcum Cethegum, quem Cicero in Bruto inter priscos oratores enumeret.
... non exaudita... — Intellecta.
... Cethegis | continget: dabiturque licentia sumpta pudenter: | ... — Parce.
... et nova fictaque nuper habebunt verba fidem, si | graeco fonte cadant,... — Exeant, terminentur: nam exitus ut rerum ita verborum dicuntur «casus».
... parce detorta. Quid autem | Caecilio Plautoque dabit Romanus, ademptum | Virgilio Varioque? — Eximio poëtae tragico, qui Orestem tragoediam scripserat, qua Latini Graecis non invidebant, ad quem Virgilius et Horatius ipse sua deferebant emendanda poëmata. Et heroica poësi quoque excelluisse, ipsique Virgilio praestitisse, dat coniiciendum idemmet
Horatius in oda Ad Agrippam: «Scriberis Vario fortis et hostium | victor».Ego cur, acquirere pauca | si possum, invideor? Quum lingua Catonis et Ennii | sermonem patrium ditaverit, et nova rerum | nomina protulerit? Licuit, semperque licebit, | signatum praesente nota producere nomen. — Et sane verba sunt notae rerum: unde «notatio» dicitur in topica locus quod ab ipsa vi verbi argumentum suppeditat. Sunt item monetae quibus homines animorum commercia agitant; iisque monetis, sapientes aureis, qui paucis verbis multa significant, elegantes argenteis, qui verborum numero numerum rerum exaequant, vulgares et rudes aereis quampluribus verbis pauca dicunt.
.....
6.
De carminum generibus.
[vv. 73‐85]
Heic Horatius praecipua carminum genera exequitur et quod materiam poëticam excipit.
Res gestae regumque ducumque et tristia bella | quo scribi possent numero... — Versu nempe hexametro, qui et amplitudine et gravitate cetera versuum genera exsuperat. Quanquam enim iambicus tetrameter, sive octonarius, tantis quantis hexameter temporibus metiatur, tamen iambus a brevi incipit, qui rhythmum celerem gignit; at spondeus sive dactylus incipit a producta, qui numerum gravem efficiunt: ut idem Horatius heic in Arte iambum «pedem citum», spondeos «stabiles» dicit.
... monstravit Homerus. | — Fallitur heic Horatius, namque ante Homerum quamplurimos poëtas heroicos Cicero affirmat in Bruto, et Eusebius in Praeparatione evangelica nominatim enumerat Phoemonoëm, Thamyridem, Demodocum, Aristeum aliosque. Certe ante heroicos narrantur poëtae theologi, qui hexametris versibus cecinere, uti Orpheus, Amphion, Linus, Museus, Hesiodus, eosque hexametris versibus suam theologiam
concepisse testantur Orphica, quae carmina quanquam subditiva a criticis habeantur, tamen qui ea confinxit, hexametris consignavit, ut vera vulgo probaret, quod poëtae theologi eo carminis genere usi fuerint. Procul dubio Hesiodi Theogoniahexametris est modulata. In Nova scientia eius rei principium et caussae exponuntur, in qua demonstratur primos gentium populos natura extitisse poëtas: unde omnes prophanae historiae fabulosa habent principia, gentiumque origines a diis aut heroibus revocant, eosque ipsos naturaliter heroica lingua et hexametro carmine — quod omnium antiquissimum est et «heroicum» dicitur, quia heroum tempore celebratum — locutos esse.
Id graviter evincit antiquissima illa Graecorum traditio, quae narrat ipsos, a Pythone misere infestatos, opem Apollinis implorasse primo heroico versu, quem fudere spondaicum: «ιὦ/ παιάν, ιὦ παιάν, ιὦ παιάν», quem, Pythone occiso, quum Apollini victori acclamarent, prae exsultante laetitia dactylicum protulere «ω» in «οο» duplicato et dypthongo «παι» diviso in syllabas duas. Cuius traditionis haec mansere vestigia: ut versus hexameter a Pythone occiso «pythius» diceretur, et omnibus sedibus, praeterquam ultima, dactylo cederet. Ex quibus dissertatis communis illa grammaticorum opinio convellitur, uno ore affirmantium linguam poëticam fuisse prorsa oratione posteriorem.
Versibus impariter iunctis... — Hexametro nempe et pentametro.
... querimonia primum; | post etiam inclusa est voti sententia compos. | Quis tamen exiguos elegos... | — Tenues, humiles, qui sui dissimiles brevissimo verborum ambitu currunt, ut hexameter breve orationis membrum contineat, pentameter in duo breviora incisa fundatur. Quae omnia sane decent duos pusilli animi affectus: tristitiam letitiamque.
... emiserit auctor, | grammatici certant, et adhuc sub iudice lis est. | Archilochum proprio rabies armavit iambo. | — Nam pes iambus a brevi incipit, in longum desinit, qui motus est naturae contrarius et irae proprius, quae, initio concitata, in fine languescit.
Hunc socci cepere pedem... — Comoedia.
... grandesque cothurni; | ... — Tragoedia. Sed tragoedia longe prior comoedia nata est; et quidem iambus tragico poëmati convenit, quod populorum iram in tyrannos ciere debet. Sed quonam pacto deinde iambus in comoediam traductus est, quae exhibet amores, amoenitates et risus? Ex Novae scientiae principiis solvitur haec difficultas: quod, cum tragoedia inventa est, quod longe post epopoeiam evenit, graeci populi iambico carmine naturaliter loquebantur: deinde ex vana exempli observatione in comoediam intrusum est, quum iam Graeci prorsa oratione uterentur.
... alternis aptum sermonibus... — Ut prorsa oratione scribentibus ultro iambi passim exciderent.
... et populares | vincentem strepitus,... — Etenim natura comparatum ut qui cantant vocem extollant. Sed, cum tragoedia orta est, in quoquo parvo theatro populus erat numerabilis, ut inferius idem Horatius observat, ut histrionibus clamore opus non esset quo a spectatoribus exaudirentur.
... et natum rebus agendis. | — Aptum actui fabularum. Quod confirmat superius a nobis dictum: graecos populos primum carmine heroico, deinde iambico, tandem prorsa oratione loquutos esse.
Musa dedit fidibus divos, puerosque deorum, | et pugilem victorem, et equum certamine primum | et iuvenum curas, et libera vina referre. — Tandem provenit poësis melica, quae lyrica poëmata ex choreis iambisque ut plurimum concinnantur. Choreus namque est naturae conveniens, ut qui a producta incipit, in correptam desinit, uti naturaliter motus principio tardior, in fine velocior est. Et ita hoc genus poëseωs temperatum, quod laudat deos, heroas, ludorum victores, puellas, quae in deliciis habentur, et vitia, ex acribus iambis et lenibus trochaeis commistum est.
7.
De decoro poëtico.
[vv. 86‐88]
Descriptas servare vices... — Heic generatim de poëtico decoro praeceptum proponit: quod in poëmate, sive epico sive dramatico, teneri oportet ut poëta servet vices seu partes, quas sui poëmatis personis semel adscripsit.
... operumque colores... — Poëmatum mendacia, ut Plautus «obtinere colorem» dixit mendacium excogitare, quod ab omni eius parte pro vero probes.
.....
8.
De decoro styli poëtici.
[vv. 89‐118]
Versibus exponi tragicis res comica non vult: | indignatur item privatis ac prope socco | dignis carminibus narrari coena Thyestae. | Singula quaequae locum teneant sortita decenter. | — Hinc incipit particulatim decori praecepta tradere, et primum quidem de decoro styli poëtici. Quod quanquam in argumentis de comoedia et tragoedia proponat, sunt tamen epopoeiae quoque etiam communia.
Interdum tamen et vocem comoedia tollit, | iratusque Chremes tumido delitigat ore, | ... — Quia ira affectus est naturae sublimis, unde Homerus in Iliade iram Achillis canit.
... et tragicus plerumque dolet sermone pedestri. | — Quia infirmi animi est dolore percelli.
Telephus et Peleus, cum pauper... — Legerem «cur pauper», qua unius literulae correctione et acutior est sententia et latina oratio rectior.
... et exsul uterque, | proiicit ampullas et sesquipedalia verba: | si curat cor spectantis tetigisse querela. | — Ex superiori emendatione heic legendum «querela?».
Non satis est pulchra esse poëmata:... — Quae tantummodo delectant ingenium, quum iis acclamatur «euge!», «belle!»,
«sophos!»: quod sane fit quum animus ociatur, nec ullo affectus moto cietur.... dulcia sunto, | et quocumque volent animum auditoris agunto. — Quae suaviter afficiant animos.
Ut ridentibus arrident, ita flentibus adsint | humani vultus: si vis me flere, dolendum est | primum ipsi tibi. Tunc tua me infortunia laedent, | Telephe vel Peleu:... — Maximi momenti de eloquentia praeceptum, ut oratores, exempli gratia, in medias reorum miserias phantasia coniiciantur, ut vere misera eorum oratio auditores ad miserationem commoveat.
... male si mandata loqueris, | ... — Partes tibi attributas, vices tibi adscriptas.
... aut dormitabo aut ridebo. — Nullum evidentius est argumentum poëtam vel oratorem nihil dicere quando, dum dicit, auditores aliud agunt, quia tunc illorum animos non alloquitur.
.....
Format enim natura prius nos intus ad omnem | fortunarum habitum: iuvat aut impellit ad iram | ... — Affectum sublimem, ut superius diximus.
... aut ad humum moerore gravi deducit et angit. — Quo dicuntur afflicti «abbattuti».
.....
Intererit multum Davusne loquatur an heros, | maturusne senex an adhuc florente iuventa | fervidus, et matrona parens an sedula nutrix, | mercatorne vagus cultorne virentis agelli, | Colchus an Assyrius, Thebis nutritus an Argis. — Heic agit de personarum decoro a conditione, aetate, fortuna, vitae instituto, natione et moribus civitatis.
9.
De deligendo tragoediae subiecto.
[vv. 119‐135]
Aut famam sequere, aut sibi convenientia finge, | scriptor. — Heic ad decorum apposite dat praecepta de deligendis tragoediarum argumentis, ubi «famam» intelligit historiam poëticam.
Honoratum si forte reponis Achillem, | ... — Cui ab Iove, Troianorum Graecorumque res moderante, honor est restitutus, quem Agamemnon laeserat, quum ei Briseidem abduxerat, qua in re totum Iliadis poëma occupatur.
... impiger, iracundas, inexorabilis, acer, | iura neget sibi nata, nihil non arroget armis. — Quos Achilli mores Homerus attribuit. Atque hic est Achilles, cuius virtutem maximus poëtarum Graeciae populis imitandam proponit, quemque perpetuo «irreprehensibilis» adiuncto cohonestat. Quod sane omnes philosophos et philologos solicitat et contorquet; nec ullis quantumvis socraticis allegoriis, quibus eminet Plato et Plutarchus, ii hoc nodo se expediunt, quia qualis ab Homero canitur, talis ab rudi Graecorum vulgo, tempore quo nulli adhuc erant philosophi, Achilles accipitur. Sed in Nova scientia demonstratur Homerum graecis populis ferocibus adhuc cecinisse Achillis gesta, quae, recurrente barbarie, gentes suspexere et sunt admiratae, quae dicebantur «bravure di duellanti».
.....
Difficile est proprie communia dicere: tuque | rectius iliacum carmen diducis in actus, | quam si proferres ignota indictaque primus. — Hoc in loco omnes interpretes sunt misere hallucinati. Dicit enim Horatius difficile esse ex generibus philosophicis confingere genera poëtica sive personas ideales tragoediarum. Sed haec difficultas obtinet in tragoediis, et in comoedia nova Graeci id ipsum et facile et feliciter praestitere, cuius personas nonnisi ex generibus philosophicis fingere ius fuit. Id sane turbat quidquid hactenus de poëseωs origine scriptum dictumque sit. Nam, philosophia artibusque poëtica et critica inventis, nullus poëta heroicus Homero extitit, nedum maior, vel par; sed vel praestantissimi ei sunt longo intervallo secundi. Haec quaestio ex Novae scientiae principiis dissolvitur, qua demonstratur primos graecarum ut et aliarum gentium fundatores natura fuisse poëtas, qui cum praeinsigni ruditate philosophorum genera intelligere non possent, et ad scientias, quae sine eiusmodi generibus non constant, iter intendere primulum conarentur, quaedam sibi illustria exempla
finxere, ad quae tanquam genera ipsi omnia cuique generi pertinentia affingebant, et sane quaeque luculentissima, quae pene brutas ipsorum mentes excitare et in se convertere possent, ut omnia fortia facta Achilli, Ulyxi omnia sedula consilia: quae ab universa natione conficta ob id erant maxime sensui communi convenientia, in quo praeter cetera poëticum decorum spectatur. Haec duo poëtica historiae subiecta Homerus sumpsit, alterum Iliadis, alterum Odysseae. Hinc illud est quod Aristoteles in Arte poëtica mendacia poëtica ab uno Homero scite commenta dixit; id numero ipsum quod Horatius heic dicit, ex Homero argumenta tragoediarum sumenda esse: quia Homerus tempore heroico floruit, quo naturaliter ab Graecis eiusmodi characteres heroici exprimebantur. At vero, cum a Socratis temporibus Graecia ad excultissimam humanitatem pervenisset, ex generibus, quae philosophi de humanis moribus intellexerant, unde morum characteres postea Theophrastus per genera philosophica scripsit, novae comoediae genera poëtica, sive characteres, sive personae, facile a Menandro, eius principe, conficta sunt, quae in theatro vulgus vitae officia docerent, quod, ut genera metaphysica difficile percipit, ita facile illustribus movetur exemplis.Publica materies... — Hic locus ab interpretibus adhuc intellectus non est: quod eruditissimus Andreas Dacier, in suis ad hunc locum notis, agnoscit. Dicit enim Horatius quod «publica materies», hoc est fabula homerica,...
privati iuris erit,... — ... fiet fabula propria.
... si | nec circa vilem patulumque moraberis orbem, | ... — Ubi interpretes prorsus nugantur, quum «orbem vilem patulumque» exponunt longa episodia. Sed episodia, quod longa, non idcirco sunt vilia, uti, exempli grata, illa Torquati Tassi duo: de hortorum Armidae deliciis et pastoris ad Erminiam sermo de rusticae vitae felicitate; quorum prius ornatae, alterum tenuis notae est; utrumque sane longum, neutrum tamen vile quis dixerit. Sed «orbe vili patuloque» intelligit Horatius paraphrases: uti quidam otiosae plebeculae in latum orbem coactae nostros italos poëtas cantando legunt et quamque
stropham vulgaribus verbis ac sententiis exponunt: a quo «orbe», qui Graecis κύκλος dicitur, circumforaneus poëta ab Horatio paullo inferius «scriptor cyclicus», pro «vili», appellatur. Igitur Horatii sententia est: «si nec fueris Homeri paraphrastes».... nec verbum verbo curabis reddere fidus | interpres,... — Si nec fueris Homeri ex graeca in latinam linguam traductor.
... nec desilies imitator in arctum, | unde pedem proferre pudor vetet aut operis lex. — Si neque fueris servilis Homeri imitator. Quae tria cum declinaveris, circa eandem fabulam fies Homeri aemulator, si cures tragicam personam ab Homero desumptam, ex iis ipsis moribus quos Homerus illi attribuit, alia nova conformia dicere et agere commentus sis; eaque ratione, novae fabulae auctor et, ut uno verbo dicam, poëta existes.
10.
De propositione poëmatis heroici.
[vv. 136‐145]
Nec sic incipies, ut scriptor cyclicus olim: | «Fortunam Priami cantabo et nobile bellum». | — Heic digreditur Horatius ab instituto argumento de fabularum decoro et de poëmatis heroici propositione praeceptum tradit et Odysseae exemplum apponit.
Quid dignum tanto feret hic promissor hiatu? | Parturient montes: nascetur ridiculus mus. | — Numero ipso vilem sententiam exprimit.
Quanto rectius hic, qui nil molitur inepte: | «Dic mihi, Musa, virum, captae post tempora Troiae, | qui mores hominum multorum vidit et urbes»! | — «Vir», Latinis, Graecorum «heroem» significat. Sic Virgilius: «Arma virumque cano».
Non fumum ex fulgore,... — Ut palearum flamma, quae, illico ac brevi collucens, mox in longum desinit fumum.
... sed ex fumo dare lucem | cogitat... — Ut robora, quae, principio diu fumantia, tandem accensa edunt candentem ignem ac diuturnum. Illi sunt libri qui superficiariam, hi vero qui
profundam doctrinam continent: illi, semel lecti, te explent; quo magis hos legas, magis proficias.... ut speciosa dehinc miracula promat: | Antiphaten Scyllamque et cum Cyclope Charybdin. — Quae multum habeant speciei seu raritatis.
11.
De heroici poëmatis ordine.
[vv. 146‐152]
Nec reditum Diomedis ab interitu Meleagri, | nec gemino bellum troianum orditur ab ovo. | Semper ad eventum festinat, et in medias res | non secus ac notas auditorem rapit,... — Pergit Horatius digredi ab argumento de fabularum decoro, et de heroici poëmatis ordine hoc tradit praeceptum, ut eius media in principio, initia in medio narrantur. Sic Homerus bellum troianum ab nono eius anno, Virgilius fundationem romanae gentis a tempestate qua Aeneas Carthaginem delatus est, Torquatus Tassus Hierosolymorum liberationem a sexto anno quo bellum in Asiam Christianis illatum erat, sua poëmata incipiunt.
... et quae | desperat tractata nitescere posse, relinquit. | — Id praeceptum religiose Tassus servavit, qui suos heroas nunquam prandentes, nunquam coenantes inducit.
Atque ita mentitur, sic veris... — Nimirum iis quae natura fiunt.
... falsa... — Nempe miracula.
... remiscet, | primo ne medium, medio ne discrepet imum.
12.
De cuiusque aetatis decoro.
[vv. 153‐178]
Tu quid ego, et populus mecum desideret, audi. — Redit poëta ad propositum supra argumentum de fabularum decoro, et singillatim exequitur mores cuiusque aetatis, quod generatim antea proposuerat eo loco: «maturusne senex».
.....
Imberbis iuvenis, tandem custode remoto, | gaudet equis canibusque et aprici gramine campi; | cereus in vitium flecti, monitoribus asper; | utilium tardus provisor, prodigus aeris | sublimis... — Gloriae appetens.
... cupidusque, et amata relinquere pernix.
Conversis studiis, aetas animusque virilis | quaerit opes... — Potentiam.
... et amicitias, inservit honori: | commisisse cavet,... — Quod virum fortem decet.
... quod mox mutare laboret.
.....
Ne forte seniles | mandentur iuveni partes pueroque viriles, | semper in adiunctis aevoque morabimur aptis. — Quia quisque, vel e vulgo, notat se non dicturum facturumve quod suae aetati poëta appingit.
13.
Praecepta quaedam generalia de poësi dramatica.
[vv. 179‐219]
.....
Non tamen intus | digna geri, promes in scaenam; multaque tolles | ex oculis, quae mox narret facundia praesens. — Nuncii, qui evidenti narratione rem oculis spectatorum subiiciat.
.....
Neve minor neu sit quinto productior actu | fabula, quae posci vult et spectata reponi. | — Haec sunt dramatis partes quae in scholis dicuntur «quantitativae»; nam quae appellantur «formales» sunt tres: protasis, quae fabulam constituit; epitasis, quae involvit; catastrophe, quae dissolvit.
Nec deus intersit, nisi dignus vindice nodus | inciderit. — Tunc recurritur ad machinam, quum fabula miraculose involuta est.
.....
Actoris partes chorus officiumque virile | defendat. — Fungatur officio boni viri.
.....
Tibia non, ut nunc, orichalco iuncta tubaeque | aemula; sed tenuis simplexque foramine pauco | adspirare et adesse choris erat utilis... — Quae, eadem recurrente rerum civilium serie, rediit, quae dicitur «oboè».
... atque | nondum spissa nimis complere sedilia flatu, | ... — En cur supra dicebamus iambum non idcirco dramatis in principium accommodatum ut vinceret strepitus populares.
... quo sane populus numerabilis, utpote parvus, | et frugi castusque verecundusque coibat. | — Castitate qua Cicero in Legibus ait «deos caste adeunto». Nam ludi, in quibus agebantur comoediae, edebantur in honorem deorum, quibus sacrificaturos prius lavari oportebat.
Postquam coepit agros extendere victor, et urbes | latior amplecti murus, vinoque diurno | placari genius festis impune diebus, | accessit numerisque modisque licentia maior. | — Ex eodem recursu caussarum, musica nostri temporis metris utitur brevioribus et levioribus rhythmis.
Indoctus quid enim saperet liberque laborum | rusticus urbano confusus, turpis honesto? | Sic priscae motumque et luxuriam addidit arti | tibicen... — Id ipsum numero, quod nunc faciunt «le correntine francesi».
... traxitque vagus per pulpita vestem. | — Errans, ut nunc spectatur gallica saltatio.
Sic etiam fidibus voces crevere severis, | et tulit eloquium insolitum facundia praeceps: | utiliumque sagax rerum, et divina futuri | sortilegis non discrepuit sententia Delphis. — Quia musica principio ad canendas deorum laudes inventa est, et nunc sane summi pontificis oraculum consuli oporteret, ut cantui gregoriano, quo in sacris utimur, admisceretur cantus qui dicitur «figuratus».
14.
De tragoediae origine.
[vv. 220‐250]
Carmine, qui tragico vilem certavit ob ircum, | mox etiam agrestes satyros nudavit, et asper | incolumi gravitate iocum tentavit, eo quod | illecebris erat, et grata novitate morandus | spectator, functusque sacris, et potus et exlex. | — Heic poëta incipit verba facere de tragoedia, de cuius historia quaedam ex antiquis traditionibus satis obscura et confusa tradit, quae, ex Novae scientiae principiis illustrata ac distincta, primum dramaticae personae inventum, et veram etymi rationem, qua «tragoedia» dicta est, evidenter demonstrant. Caper enim Graecis τράγος dicitur, unde «tragoedia» appellata: sed non iccirco quod hircus victoribus eius certaminis vili praemio daretur, quod Horatius ipse heic miratur; sed quia prima dramatica persona haec satyri inventa est, quam naturae conveniens fuit ut rustici homines, inter quos primos poëtica historia dramaticum poëma ortum narrat, caprinis pellibus pedes, crura et coxas tegerent, pectora et ora vini faecibus ungerent, et cornibus denique frontes armarent; eoque pacto prima theatri persona extitit.
Verum ita risores, ita commendare dicaces | conveniet satyros, ita vertere seria ludo: | ne quicumque deus, quicumque adhibebitur heros, | regali conspectus in auro nuper et ostro, | migret in obscuras humili sermone tabernas; | aut, dum vitat humum, nubes et inania captet. | Effutire leves indigna tragoedia versus, | ut festis matrona moveri iussa diebus, | intererit satyris paulum pudibunda protervis. | — Huiusmodi dramatum nullum ex antiquitate exemplum ad nos perlatum, sed ex hoc Horatii loco audacter definire licet satyram fuisse drama quo et tragicae et comicae personae in scenam prodibant. Qua similitudine Latinis satyra fuit edulium in quo diversa ciborum genera confundebantur: unde postea «lex per satyram» dicta, quae plura ac diversa rerum capita complectebatur.
Non ego inornata... — Agit de stilo satyrico.
... et dominantia nomina solum | verbaque, Pisones, satyrorum scriptor, amabo: | ... — Quae item dicuntur verba nativa, quae ad id ipsum significandum nata sunt quod animo praeconceperis, et in eo explicando dominantur: quo verborum genere Horatius in Satyrarum libris summa cum laude usus est.
... nec sic enitar tragico differre colori, | ... — Non a tragica magniloquentia, ut interpretes vulgo interpretantur, sed a satyrica puritate et elegantia, quia prima tragoedia, ut supra diximus, hoc genus satyrae fuit, quod est idem numero ipsum quod paullo superius poëta dixit: «Ne quicumque deus» etc..
... ut nihil intersit, Davusne loquatur, et audax | Pythias, emuncto lucrata Simone talentum, | an custos famulusque dei Silenus alumni. | Ex noto fictum carmen sequar, ut sibi quivis | speret idem, sudet multum frustraque laboret | ausus idem. — Non heic agit Horatius de argumento satyrae deligendo, sed de satyrici stili difficultate: ubi detractoribus suis respondet, qui ipsius satyras contemnebant a locutionis facilitate.
Tantum series iuncturaque pollet, | tantum de medio sumptis accedit honoris. | Sylvis deducti caveant me iudice fauni, | ne velut innati triviis... — Qui Romae in conducta quidem domo nati sunt.
... ac pene forenses, | ... — «Del vil mercato».
... aut nimium teneris iuvenentur versibus... — Nempe lascivis.
... unquam, | aut immunda... — Sordida.
... crepent ignominiosaque dicta. | — Quae alterius famam laedunt.
Offenduntur enim quibus est equus et pater... — Hoc est patricii.
... et res, | ... — Intelligit senatores, qui censu, non genere, in ordine censebantur.
... nec, si quid fricti ciceris probat et nucis emptor, | aequis accipiunt animis donantve corona.
15.
De metris dramatum.
[vv. 251‐274]
Heic agit Horatius de metris dramatum propriis.
Syllaba longa brevi subiecta vocatur ïambus, | pes citus,... — Ut in praesenti musica nota brevis in systematis principio praeposita productae celerem rhythmum significat.
... unde etiam trimetris... — In graeca musica dicuntur «dipodiae», ut quaeque dipodia duobus pedibus metiretur.
... accrescere iussit | nomen iambeis, quum senos redderet ictus. | — Tempore quod nostri temporis musici dicunt «tempo a cappella», quod est omnium celerrimum.
Primus ad extremum similis sibi: non ita pridem | tardior ut paullo graviorque veniret ad aures, | spondeos stabiles in iura paterna recepit | commodus et patiens: non ut de sede secunda | cederet aut quarta socialiter. — Nam in sexta nunquam cessit spondeo, quod argumento est principio iambicum natum esse ex solis iambis compositum; uti in versu hexametro, quia initio spondaicus natus est, ut in Nova scientia demonstratur, nunquam ultimum pedem dactylo cedit.
.....
In scenam missos magno cum pondere versus, | ... — Supple «esse». Atque haec infinita oratio heic vicem recti obtinet, quod regit verbum «premit»: ex quo sermonis genere est si dicas «hoc facere turpe est».
... aut operae celeris nimium curaque carentis, | aut ignoratae premit artis crimine turpi. | Non quivis videt immodulata poëmata iudex, | et data romanis venia est indigna poëtis. | Idcircone vager scribamque licenter? Et omnes | visuros peccata putem mea, tutus, et intra | spem veniae cautus? — Quia non omnes visuros putem.
.....
Si modo ego et vos | scimus inurbanum... — Scurrile.
... lepido seponere dicto, | legitimumque sonum digitis callemus et aure. — Ut in poësi italica nedum digitis numerando versuum syllabas, sed aure legitimum eorum sonum callemus; et in latina quoque poësi calleremus, si tempora syllabarum, non arte, uti nunc mortua lingua, sed natura, uti ea vivente, a pueris disceremus.
16.
De dramaticae poëseωs historia.
[vv. 275‐294]
Ignotum tragicae genus invenisse Camenae | dicitur,... — Hinc Horatium doctrinam de satyra, sive de antiquissima tragoedia, incipere oportuit.
... et plaustris vexisse poëmata Thespis, | ... — Vindemiae tempore, quibus uvas ad torcularia et lacus ferebant: quorum antiquissimum vestigium in nostra Campania permansit, ubi vinitores dicuntur vulgo «cornuti», et impune habent honestos viros feminasque procacibus dictis impetendi licentiam.
... quae canerent agerentque peruncti faecibus ora. | — Quare satyri pectore et ore rubicundi finguntur. Ubi ridere licet mythologos, qui, in errorem inducti quod vox πάν «totum» vel «universum» significat, in dei Panis fabulam eruditam mythologiam obtrudunt, quod pedes, crura, coxae caprinae terram sylvosam, pectus et os rubicundum elementum ignis, cornua solem lunamque significent. Sed heic illa haud spernenda oritur difficultas: — Quî tragoedia, quae postea in eam sublimitatem evecta est ut Plato eam epopoeia grandiorem existimet, his rudissimis principiis orta est; et Homerus, Eupoli multo prior, incomparabilis heroicus poëta repente extitit? — Haec difficultas ex Novae scientiae principiis facile solvitur, quibus demonstratur Homerum in tertia heroicorum poëtarum aetate provenisse, et heroicam poësim, non minus rudem quam heic dramatica narratur, primulum ortam esse. Quod graviter confirmatur tum eo quod de carminis heroici origine superius
dictum est, quae primorum hominum infantiam apertissime probat; tum ipsis antiquissimis fabulis, quae satis inconditae ineptaeque ad nos usque pervenerunt. Ut illa primae aetatis poëticae, utpote quae rem statim post diluvium tradit: Deucalio et Pyrrha coniuges super Parnassi montis iugo ante deae Themidis templum lapides ante pedes positos post terga reiiciunt, et homines nascuntur. Et illa mediae aetatis poëticae: Cadmus serpentem occidit, eius serit dentes, lapidem in medium iacit, ex sulcis homines armati cooriuntur, secumque ipsis confligunt, et Cadmus in serpentem convertitur. Quae fabula ex nostrae mythologiae historicae principiis poëticam quingentorum ferme annorum historiam complectitur.Post hunc personae pallaeque repertor honestae | Aeschilus, et modice instravit pulpita tignis, | et docuit magnumque loqui nitique cothurno. | — Id haud vere dicit Horatius, nam magnum loqui iam antea docuerat Homerus.
Successit vetus his comoedia, non sine multa | laude;... — Quia famosos homines publica reprehensione dignos fabulis traducebat, ut, eo metu, civitatis proceres bonas artes exsolerent.
... sed in vitium libertas excidit,... — Ut perderet viros optimos, uti Aristophanes, Nebularum fabula, perdidit sanctissimum Socratem.
... et vim | dignam lege regi. Lex est accepta, chorusque | turpiter obticuit, sublato iure nocendi. | — Quia antiqua comoedia argumenta sibi sumebat summates viros, qui in ore omni populo erant. At comoedia nova, cuius princeps Menander habetur, privatas personas fingit. Quare ad illud Simonis in Andria: «Meum gnatum rumor est amare», Davus mutiens subdit: «Id populus curat scilicet».
Nil intentatum nostri liquere poëtae, | nec minimum meruere decus vestigia graeca | ausi deserere et celebrare domestica facta: | vel qui praetextas,... — Quae respondebant Graecorum tragoediis. In iis namque personae nobiles, quae praetextas gerebant, inducebantur.
... vel qui docuere togatas. | — Quae graecas comoedias referebant. Toga enim Romani vulgo utebantur, quare «gens
togata»; uti «palliata», a «palliis» quae gerebant, Graecorum natio dicta est.Nec virtute foret clarisve potentius armis | quam lingua, Latium, si non offenderet unum | quemque poëtarum limae labor et mora. — Fastidium, ut in emendandis poëmatis morosi fastidiosi essent.
Vos, o | Pompilius sanguis, carmen reprehendite, quod non | multa dies et multa litura coërcuit, atque | perfectum decies non castigavit ad unguem. — Id ipsum posterius dicit: ut «poëmata nonum premantur in annum».
17.
De facultatis poëticae instrumentis.
[vv. 295‐332]
Ingenium misera quia fortunatius arte | credit... — In omni facultate id verum est, sed in poëtica omnium maxime: nam in quavis facultate naturae vitium labore improbo sive obstinato suppleveris, quod in poëtica omnino negatur. Ratio autem eius est quia poësis sola natura extitit, cum ante poësim nullae artes inventae essent, quando omnes artes ex poësi natae sunt, ut in Novae scientiae principiis demonstratur. Quare Homerus, ante omnes philosophos artesque poëticas et criticas, summus poëtarum poëta extitit, quem posteris sequi datum, aemulari, nedum superare, negatum est.
... et excludit sanos Helicone poëtas | Democritus... — Quia prima poësis, nempe theologica, ex quodam divino furore nata est, quo poëtae theologi, prími gentium fundatores, correpti, deos inter se versari sibi videre videbantur. Quod aperte docetur Novae scientiae principiis. Quare poësis hanc habet suae originis proprietatem, ut natura plurimum constet.
.....
Scribendi recte sapere est et principium et fons... — Id alterum nunc poëticae facultatis praecipuum instrumentum, philosophia: quia fabulae nunc sunt genera poëtica ex generibus philosophorum consita, ut supra diximus.
.....
Respicere exemplar vitae... — Hoc est intueri vitam humanam in sua idea optima: quod non alibi discitur nisi in evolvendis philosophis qui de moribus ac vitae officiis scripserunt.
... morumque iubebo | doctum imitatorem... — Qui non alterius artificis opera, sed ipsam veram naturam sibi imitandam proponit: ut tres pictores principes in suo certo pingendi genere, Bonarrota in sublimi, Urbinas in tenui, Titianus in temperato excelluerunt.
... et vivas hinc ducere voces. — Id ipsum est quod superius diximus: falsum poëticum esse verum metaphysicum, sive in idea optima, ad quod vera physica comparata falsa esse comperiuntur.
.....
18.
De fine poëseωs≥./
[vv. 333‐346]
Aut prodesse volunt aut delectare poëtae, | aut simul et iucunda et idonea dicere vitae. — Finis poëseωs, quum primum orta est, fuit utilitas, qua gentes fundatae sunt, ut paullo inferius dicetur; deinde alter successit, delectatio. Sed poësis reipublicae utilis nulla, nisi quae, media delectatione, utilitatem sibi praecipuum finem proponat.
.....
Ficta voluptatis caussa sint proxima veris: | nec quodcumque volet, poscat sibi fabula credi; | neu pransae lamiae vivum puerum exstrahat alvo. — Materia poëseωs maxime propria est non impossibile, sed credibile, ut supra diximus: sed gentes omnia de diis credidere, praeterquam ut mortuos in vitam revocare possent.
.....
19.
De critica poëtica.
[vv. 347‐390]
Sunt delicta tamen quibus ignovisse velimus. — Heic incipit Horatius tradere praecepta de critica poëtica.
.....
Ut pictura poësis erit: quae, si propius stes, | te capiat magis... — Sic poëma notae tenuis.
... et quaedam si longius adstes. | — Sic poëma notae grandis.
Haec amat obscurum: volet haec sub luce videri. | Iudicis argutum... — Solers, quod et facile et cito advertit. ... quae non formidat acumen, | haec placuit semel, haec decies repetita placebit.
.....
Ut, gratas inter mensas symphonia discors, | et crassum unguentum, et sardo cum melle papaver | offendunt: poterat duci quia coena sine istis; | sic, animis natum inventumque poëma iuvandis,... — Delectandis, ut «iuvat spectare», «è bello star a vedere».
... si paullo summum decessit, vergit ad imum.
.....
Si quid tamen olim | scripseris, in Metii descendat iudicis aures, | et patris et nostras; nonumque prematur in annum, | membranis intus positis. — Quod superius dixit «decies castigavit ad unguem».
.....
20.
De poëtices laudibus.
[vv. 391‐407]
Silvestres homines... — Gravissima omnium et maxima poëtices laus, quod ea humanam societatem fundavit, cum omnes gentium populi ab aliquo deo vel heroë suas origines repetant.
... sacer... — Sacerdos, quia primi gentium sacerdotes fuerunt poëtae.
... interpresque deorum, | ... — Qui Graecis dicitur μύστης;/ unde prima gentium mysteria fuere fabulae poëtarum, et prima theologia mystica fuit quam professi sunt poëtae theologi.
... caedibus et victu foedo deterruit Orpheus, | dictus ob hoc lenire tigres rabidosque leones. | — Atqui Orpheus venit nongentis annis post graecam nationem inceptam fundari.
Dictus et Amphion, thebanae conditor urbis, | saxa movere sono testudinis, et prece blanda | ducere quo vellet. — At Amphion floruit trecentis annis post Thebas a Cadmo conditas. His difficultatibus in Nova scientia fit satis.
Fuit haec sapientia quondam | publica privatis secernere, sacra profanis; | concubitu prohibere vago, dare iura maritis; | oppida moliri, leges incidere ligno: | sic honor et nomen divinis vatibus atque | carminibus venit. — Prima sapientia vulgaris fuit poëtica. Quare ab historia poëtica sunt repetendae origines rerumpublicarum, legum omniumque artium ac scientiarum, quae humanitatem perfecere. Quod in Novae scientiae, secundae editionis, libro secundo praestitum est: qui liber est huius loci horatiani quidam perpetuus commentarius.
.....
21.
Iterum de poëtices instrumentis.
[vv. 408‐411]
Natura fieret laudabile carmen an arte | quaesitum est: ego, nec studium sine divite vena, | nec, rude quid possit video, ingenium: alterius sic | altera poscit opem res et coniurat amice. — Redit ad instrumenta facultatis poëticae, de quibus dictum est supra.
22.
De studio poëtices.
[vv. 412‐418]
Qui studet optatam cursu contingere metam | multa tulit: fecitque puer, sudavit et alsit, | abstinuit venere et vino. — Hoc praeceptum in poëtica, oratoria et quavis alia facultate servandum, ut flagrantissimo studio excolatur.
.....
23.
De censore deligendo.
[vv. 419‐433]
Dat praeceptum de deligendo censore.
.....
24.
De censoris officio.
[vv. 434‐476]
Heic censoris munus exequitur.
.....
VII. Discoverta del vero Dante
VII
Discoverta del vero Dante
ovvero
nuovi princípi di critica dantesca
A proposito del commento d’un anonimo alla Commedia
(tra il 1728 e il 1730)
La Commedia di Dante Alighieri ella è da leggersi per tre riguardi: e d’istoria de’ tempi barbari d’Italia, e di fonte di bellissimi parlari toscani, e di esemplo di sublime poesia.
Per ciò che si attiene al primo, egli sta cosí dalla natura ordinato e disposto: che, per una certa uniformitá di corso che fa la mente comune delle nazioni sul cominciare ad ingentilirsi la lor barbarie — la quale è, per natural costume, aperta e veritiera, perché manca di riflessione, la quale applicando a male, è l’unica madre della menzogna, — i poeti vi cantino storie vere. Cosí nella Nuova scienza d’intorno alla natura delle nazioni abbiamo [professato] Omero essere il primo storico della gentilitá: lo che piú si conferma nelle Annotazioni da noi scritte a quell’opera, nelle quali l’abbiam truovato affatto altro da quell’Omero il qual finora è stato da tutto il mondo creduto. E certamente il primo storico de’ romani a noi conosciuto fu Ennio, che cantò le guerre cartaginesi. Agli stessi esempli il primo o tra’ primi degl’istorici italiani egli si fu il nostro Dante. Ciò ch’egli nella sua Commedia mescolò di poeta è che narra i trapassati, secondo i meriti di ciascuno, allogati o nell’inferno o nel purgatorio o nel paradiso; e quivi, qual poeta debba, «sic veris falsa remiscet» per essere un Omero
o un Ennio convenevoli alla nostra cristiana religione, la qual c’insegna i premi e i castighi delle nostre buone o cattive operazioni essere, piú che i temporali, gli eterni. Talché le allegorie di tal poema non sono piú di quelle riflessioni che dee far da se stesso un leggitore d’istoria: di trarvi profitto dagli altrui esempli.Il secondo riguardo per lo quale Dante è da leggersi è ch’egli è un puro e largo fonte di bellissimi favellari toscani. Nella qual cosa non è ancora soddisfatto di un profittevole commento, per quello stesso che dicesi volgarmente: che Dante v’abbia raccolto i parlari di tutti i dialetti d’Italia. La qual falsa oppenione non ha potuto che indi provvenire: perché al Cinquecento — che dotti uomini si diedero a coltivare la toscana favella che si era in Firenze parlata al Trecento, che fu il secolo d’oro di cotal lingua, — osservando essi un gran numero di parlari in Dante, de’ quali non avevano affatto rincontri da altri toscani scrittori, ed altronde riconoscendone per fortuna molti ancor vivere per le bocche di altri popoli dell’Italia, credettero che Dante l’avesse indi raccolti e nella sua Commedia portati. Che è lo stesso fato appunto che avvenne ad Omero, il quale quasi tutti i popoli della Grecia vollero che fusse lor cittadino, perché ciascun popolo ne’ di lui poemi ravvisava i suoi natii ancor viventi parlari. Ma sí fatta oppenione ella è falsa per due ragioni gravissime. La prima, perché doveva pure in que’ tempi Firenze avere la maggior parte de’ parlari comuni con tutte l’altre cittá dell’Italia: altrimenti, l’italiana favella non sarebbe stata comune anco alla fiorentina. La seconda è che in que’ secoli infelici, non ritruovandosi scrittori in volgari idiomi per le altre cittá dell’Italia, come in effetto non ce ne sono pervenuti, non bastava la vita di Dante per apprender le lingue volgari da tanti popoli, onde, nel comporre la sua Commedia, avesse avuto poi pronta la copia di que’ parlari che a lui facevano d’uopo per ispiegarsi. Onde sarebbe mestieri agli accademici della Crusca che mandassero per l’Italia un catalogo di sí fatte voci e parlari, e dagli ordini bassi delle cittá, che meglio
de’ nobili e degli uomini di corte, e molto piú da’ contadini, che meglio de’ piú bassi ordini della cittá conservano i costumi ed i linguaggi antichi, ed indi informarsi quanti e quali ne usassero, e in che significazione l’usassero, per averne essi la vera intelligenza.Il terzo riguardo perché è Dante è da leggersi è per contemplarvi un raro esemplo di un sublime poeta. Ma questa è la natura della sublime poesia: ch’ella non si fa apprender per alcun’arte. Omero è il piú sublime poeta di quanti mai appresso gli son venuti, né ebbe alcun Longino innanzi, che gli avesse dato precetti di poetica sublimitá. E gli stessi principali fonti che ne dimostra Longino non si possono gustare se non da coloro a’ quali è stato conceduto e dato in sorte dal cielo. Sono essi, gli piú sacri e gli piú profondi, non piú che due. Primo, altezza d’animo, che non curi altro che gloria ed immortalitá, onde disprezzi e tenga a vile tutte quelle cose che ammiransi dagli uomini avari, ambiziosi, molli, dilicati e di femmineschi costumi. Secondo, animo informato di virtú pubbliche e grandi, e sopra tutte di magnanimitá e di giustizia. Come senz’alcun’arte, ed in forza della sublime educazione de’ fanciulli ordinata loro da Ligurgo, gli spartani, i quali per legge eran probiti saper di lettera, davano tutto giorno e volgarmente in espressioni cotanto sublimi e grandi che ne farebbono pregio i piú chiari poeti eroici e tragici darne di poche simiglianti ne’ loro poemi. Ma quello che è piú propio della sublimitá di Dante, egli fu la sorte di nascer grande ingegno nel tempo della spirante barbarie d’Italia. Perché gl’ingegni umani sono a guisa de’ terreni, i quali, per lunghi secoli incolti, se finalmente una volta riduconsi alla coltura, dánno sul bel principio frutti e nella perfezione e nella grandezza e nella copia maravigliosi; ma, stanchi di essere tuttavia piú e piú coltivati, gli dánno pochi, sciapiti e piccioli. Che è la cagione perché nel finire de’ tempi barbari provvennero un Dante nella sublime, un Petrarca nella dilicata poesia, un Boccaccio nella leggiadra e graziosa prosa: esempli tutti e tre incomparabili, che si debbono in ogni
conto seguire, ma non si possono a patto alcuno raggiungere. Ma de’ tempi nostri coltissimi si lavorano delle belle opere d’ingegno, nelle quali altri possono ergersi in isperanza, non che di raggiungerli, di avvanzarli.A tutto ciò, cred’io, avendo avuto riguardo N. N., ha scritto le presenti Annotazioni alla «Commedia» di Dante, nelle quali con quel difficil nesso di chiarezza e di brievitá fa verisimile la storia delle cose o fatti o persone che vi si mentovano dal poeta; — spiega con ragionevolezza i di lui sentimenti, onde si può venire in cognizione della bellezza o leggiadria, dell’ornamento o dell’altezza de’ di lui parlari (che è la maniera piú efficace per conseguire la lingua de’ buoni scrittori, con entrare nello spirito di ciò che han sentito e che essi han voluto dire: onde nel Cinquecento per tal via riuscirono tanti chiarissimi scrittori latini, ed in prosa ed in verso, innanzi di celebrarsi i Calepini e tanti altri dizionari); — trallascia ogni morale e molto piú altra scienziata allegoria; — non vi si pone in catedra a spiegare l’arte poetica, ma tutto si adopera che la gioventú il legga con quel piacere che gustano le menti umane, ove, senza pericolo di nausearsi, apparano molto in brieve da’ lunghi commenti, ne’ quali i commentatori a disagio sogliono ridurre tutto ciò ch’essi commentano. Perciò le stimo utilissime in questa etá particolarmente, nella quale si vuol sapere il propio delle cose con nettezza e facilitá.

