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Giambattista Vico: Opere
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VI: Scritti Storici
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IV. Piccoli Scritti Storici E D’Erudizione Stroica
II Gli «Annali» di Tacito al lume della «Scienza nuova»

II Gli «Annali» di Tacito al lume della «Scienza nuova»

Abbozzo di commento storico
(dopo il 1730).
Libro primo — Capo primo

Urbem... — Che propiamente sono gli edifici, siccome «civitas» è il comune de’ cittadini.

... Romam a principio... — In miglior latino arebbe detto «principio».

... reges habuere. — Ch’è la spezie piú debole delle tre possessioni che fanno i giureconsulti, ove dicono «habere, tenere, possidere», per significare l’incertezza de’ regni eroici, i quali si conservavano con la corporale possessione degli edifici delle cittá. Perché, per la ferocia de’ tempi e la mala sicurezza delle regge non essendosi ancor inteso l’uso e l’arte delle fortezze, essendo tutte le cittá eroiche smurate, Tucidide, al quale qui Tacito deve aver riguardato, dice che ne’ tempi eroici gli re si cacciavano tutto giorno di sedia l’un l’altro, e ne’ tempi barbari ritornati non si legge cosa piú incerta nella storia che la successione de’ regni; laonde in sessant’anni nella corte di Spagna vi furono uccisi da ottanta reali, talché i padri del concilio illiberitano con gravi scomuniche ne condannarono la frequentata scelleratezza.

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Libertatem et consulatum... — Credono tutti Bruto aver ordinato la libertá popolare; ma il consolato non fu che dopo cento anni comunicato alla plebe. Onde hassi a dire che Bruto col consolato riordinò la libertá aristocratica con fare di uno re a vita due re annali, come gli chiama Cicerone, De legibus; da’ quali durante il lor regno vi era l’appellazione al popolo, e, quello finito, dovevano rendere conto al popolo del regno da essoloro amministrato. Talché in questo luogo Tacito avvisa il regno romano innanzi essere stato aristocratico; con cui apertamente conviene Livio, il quale dice che con l’ordinamento de’ consoli «nihil quicquam de regia potestate deminutum». E Bruto, da saggio, dovette richiamare da tal corruttela la repubblica a’ suoi princípi; e i tiranni si fanno séguito e si stabiliscono col proteggere la libertá popolare.

... L. Brutus instituit. Dictaturae... — Ogni qual volta si criava in Roma il dittatore, avveniva in Roma una mutazione di Stato, surgendovi una potestá sovrana monarchica da cui non si appellava né si rendeva conto al popolo, e ’l dittatore richiamava a sé tutti gl’imperii minori. Ch’è quello: «sub dictatore omnes magistratus silebant».

... ad tempus... — Queste sovrane potestá sono pericolose alle repubbliche, o aristocratiche o libere che sieno; e perciò, se il pubblico bisogno, ch’aveva richiesto il dittatore, durava un sol giorno, un giorno e non piú durava la dittatura, e se troppo durava il bisogno, la dittatura nell’eletto non durava piú che sei mesi e se ne criava un altro.

... sumebantur:... — Intesero i romani che le civili potestá non si fanno dagli uomini ma da Dio: perché del dittatore non dicevano «facere» o «creare», come de’ consoli, de’ pretori, de’ censori o altri maestrati; ma dicevano «dicere dictatorem», ch’era un preconizzarlo. In conformitá di questa massima politica, Tacito dice «sumebantur», ché i dittatori, dichiarati che erano, prendevano la dittatura di propia autoritá, usando una delle due formule de’ legati detti «per vindicationem», che sono «capito» o «sumito», per ciascuna

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delle quali due il legatario si prende di propia autoritá il legato, né ha bisogno di riceverlo dalla mano dell’erede.

... neque decemviralis potestas... — Usa la voce «potestas», che significa una potestá di fatto: non dice «imperium», ch’è una potestá di ragione, perché nel secondo anno i decemviri erano divenuti dieci tiranni, come gli appella la storia, che senza il comando del popolo volevano durare nel decemvirato.

... ultra biennium, neque tribunorum militum consulare ius... — Nemmeno qui usa la voce «imperium», perché, nella contesa di comunicarsi il consolato alla plebe, i nobili, per non comunicarle alcun imperio, fecero quella uscita di criare dal lor corpo e da quel de’ plebei i tribuni militari cum consulari potestate, come sempre legge la storia, non «cum consulari imperio», che la storia legge non mai, perché i tribuni della plebe in niun tempo ebbero imperio. Onde tutta la romana repubblica si conteneva in questo motto: «senatus auctoritas, populi imperium, tribunorum plebis potestas».

... diu valuit. — Rende a’ decemviri fatti tiranni ed a’ tribuni militari comune la voce «valuit», perché né gli uni né gli altri ebbero alcuna ragione d’imperio; e «valere» è delle forze del corpo, ond’è «valens» il ben atante della persona, come «fortis» è il forte d’animo e di ragione.

Non Cinnae, non Sullae longa dominatio;... — Chiama «tirannide», perché Cinna e Silla regnavano con la forza e col sangue, i quali regni non sono durevoli, e perciò dice «non longa».

... et Pompei Crassique potentia... — Costoro fecero la repubblica oligarchica o sia de’ potenti, i quali senza sangue, con certe arti civili, da tutti si fecero rispettare, talché dal loro arbitrio dipendevano tutte le cariche e le leggi tutte. E nomina prima Pompeo e poi Crasso, perché, finché visse, Crasso mantenne in equilibrio la potenza di Pompeo e di Cesare: morto che fu, la potenza di Crasso, per quella parte ch’era passata in Pompeo, fu superata da Cesare. Talché in ciò che Tacito sembra non aver serbato l’ordine de’ tempi (perché prima cadde Crasso nella guerra co’ Parti e poi Pompeo

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in quella con Cesare), egli vuol dare quest’avviso politico: che la potenza in uno Stato può durare divisa in tre, ma non può durare ridutta a due.

... cito in Caesarem, Lepidi Antoniique arma... — Questi ristabilirono con Augusto il triumvirato, non colla potenza senza venir all’atto, come Crasso, Pompeo e Cesare finché visse Crasso, ma con la forza dell’armi; e cosí la repubblica cadde nell’ultima corrozione, ch’è l’anarchia o la sfrenata libertá de’ popoli liberi, nella quale le leggi sono oppresse dall’armi.

... in Augustum cessere. — Rende a tutti e sei un verbo che dinota forza, perché «cedere» porta necessitá che uno esca perché un altro entri nel medesimo luogo, perch’è impossibile che due corpi occupino un luogo medesimo.

Qui cuncta,... — Con tal voce intende la repubblica, e l’usa spesso che significa tutte le cose insieme, a differenza di «omnia», che posson esser l’una dopo dell’altra. Il dicono anche i latini con la voce «res», come in quella frase «rerum potiri», per «impadronirsi d’uno Stato». Talché queste due voci «cuncta» e «res» sono due generi trascendentali, a’ quali riduce tutto il suo universo la civil metafisica, come oggi le sovrane potenze con le loro corone sostengono ciascuna un suo mondo.

... discordiis civilibus fessa,... — Ecco la repubblica in tutte le sue parti ammalata.

... nomine principis... — Prendendosi un titolo sovrano usato nell’Occidente, la qual parte del mondo romano Augusto nella divisione del triumvirato avevasi per sé preso con Roma e l’Italia, siccome lo stesso Tacito dice: «suetum regibus occidentem», e ’l nome di re era odiatissimo da’ romani.

... sub imperium accepit. — Con questo motto Tacito legittima la monarchia d’Augusto, perché, essendo la repubblica in tutte le sue parti guasta e corrotta, naturalmente si offeriva ad uno che le dasse rimedio; onde Augusto «sub imperium» non «coëgit» ma «accepit», il qual verbo suppone altri che

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offerisca, come lo spiega appresso: «Quod non aliud discordantis patriae remedium quam ut ab uno regeretur». Cosí può esser vera la favola della legge regia di Triboniano, che il popolo si spogliò del suo sovrano imperio e trasferillo in Ottavio Augusto.

Sed veteris reipublicae prospera vel adversa... — È propietá della buona storia non dissimulare le avversitá degli Stati, come i romani narrarono fedelmente gli oltraggi ed onte fatte loro da’ Galli senoni, le rotte ricevute da Annibale, le sconfitte da’ numantini, le vergognose guerre de’ gladiatori, degli schiavi, de’ corsali.

... claris scriptoribus... — Ripone la chiarezza degli storici nel non dire mensogne né tacere la veritá.

... memorata sunt: temporibusque Augusti dicendis... — «Dicere» è propio degli oratori, e cosí gli storici adornarono piú che narrarono i tempi d’Augusto.

... non defuere decora ingenia... — Ma, se nol fecero con severitá di storici, il fecero almeno con decoro di ben parlanti.

... donec, gliscente adulatione, deterrerentur. — Io qui leggerei «detererentur», perché non è propio dell’adulazione «deterrere», ch’è «distogliere» o «frastornare alcuno per timore»; ma qui domina il sentimento che l’adulazione guastò gl’ingegni degl’istorici che vennero appresso, che fussero vani e bugiardi.

Tiberii Caiique et Claudii ac Neronis res, florentibus ipsis, ob metum falsae; postquam occiderant, recentibus odiis compositae sunt. — Questo è quel precetto d’arte istorica, che le storie non si scrivano che almeno dopo cento anni d’esser avvenuti essi fatti.

Inde consilium mihi pauca de Augusto, et extrema, tradere; mox Tiberii principatum et cetera: sine ira et studio, quorum caussas procul habeo. — Perché Tacito vuole scrivere gli annali della monarchia, la quale non si stabilí che negli ultimi tempi d’Augusto.

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Capo secondo

Postquam Bruto et Cassio caesis, nulla iam publica arma;... — Perché innanzi l’armi pubbliche, ch’erano del popolo romano, il quale nella libertá popolare era signore dell’armi, si erano tutte divise in due fazioni, né vi era imperio civile ch’assistito dall’armi avesse potuto infrenarle; nel qual caso sarebbero state armi e violenze private.

... Pompeius apud Siciliam oppressus, exutoque Lepido, interfecto Antonio, ne Iulianis quidem partibus, nisi Caesar, dux reliquus:... — Perché, se fussero rimasti, per cagion d’esemplo, due figliuoli o eredi di Cesare, le materie civili popolari non erano nell’ultima disposizione di ricevere la forma monarchica, potendo quei due capifazione dividersi in due partiti. Cosí da tal motto Tacito incomincia l’«uno», che dá l’essenza e ’l nome alla monarchia.

... posito triumviri nomine, consulem se ferens,... — Facendo mostra di console, per la massima ch’insegna appresso, che negli nuovi Stati monarchici si ritengano «eadem magistratuum vocabula» delle repubbliche popolari.

... et, ad tuendam plebem, tribunitio iure contentum:... — Si prese il titolo di «tribunizia potestá», o sia di protettor della libertá, per non ingelosire il popolo ch’egli gli attentasse alcuna ragion dell’imperio, ma che aveva una potestá di fatto, come abbiam detto nel primo capo, per difendere la plebe. Ed Augusto, e per molto tempo gl’imperatori appresso, non usarono altro titolo, né d’altro erano solleciti che tal titolo fosse decretato lor dal Senato, come nelle Storie si può osservare di Otone. E qui Augusto richiama all’«uno» le due materie ch’erano innanzi state delle guerre civili, fomentate ed accese dalle due fazioni, una del Senato, l’altra della plebe. E per avere da sé dipendente il Senato, si professava consolo, senza la cui relazione non poteva iure ordinario nulla determinar il Senato. Altronde, per avere anco da sé dipendente la

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plebe, si prese il titolo di «tribunizia potestá», perché — quantunque del collegio de’ tribuni della plebe un solo avesse interceduto o si fusse opposto alle risoluzioni del senato che sembravano esser contrarie alla libertá, con tutto che gli altri tutti non vi avessero replicato, l’impediva mandarsi ad effetto — egli con la sua autoritá si facesse rispettare da’ tribuni della plebe, che non ardissero di opporsi ove esso non si opponeva; e con tal saggio consiglio spense i semi di altre guerre civili.

... ubi militem donis, populum annona, cunctis dulcedine otii pellexit;... — Con tal verbo dimostra che e gli eserciti e la plebe e tutt’il popolo co’ loro medesimi costumi protestassero la pubblica contentezza dello Stato monarchico.

... insurgere paullatim,... — Perch’è pericoloso negli Stati nuovi monarchici di mostrare sensibilmente, e molto piú tutto ad un colpo, d’essersi mutato lo Stato innanzi popolare.

... munia Senatus, magistratuum, legum in se trahere,... — Meno è l’autoritá del Senato dell’imperio de’ maestrati, come de’ consoli; meno l’imperio de’ maestrati della maestá delle leggi che il popolo comandava nei grandi parlamenti, dove spiegava tutta la sua maestá.

... nullo adversante:... — Ecco l’universale consentimento nello Stato introdotto da Augusto.

... quum ferocissimi per acies aut proscriptione cecidissent. — Ecco spenti coloro che osticamente avevano voluto lo Stato popolare.

Ceteri nobilium, quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus extollerentur; ac, novis rebus aucti, tuta et praesentia quam vetera et periculosa mallent. — Ecco i nobili interessati di piú al nuovo Stato introdotto, perché quel «tuta et praesentia» è lo Stato.

Neque provinciae illum rerum statum abnuebant,... — Perché le provincie non avevano «nec velle nec nolle» d’intorno alle cose civili, che si trattavano dal popolo romano regnante, e solamente era loro lecito di convenire in ciò che dal popolo romano regnante si era determinato.

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... suspecto Senatus populique imperio... — Perché il sospetto è della mente, non è della volontá, che le provincie d’intorno a tai cose non avevano.

... ob certamina potentium... — Perché nelle guerre civili erano depredate e guaste dalle armi civili, le quali sono rapacissime e crudelissime.

... et avaritiam magistratuum: — Ed erano in pace spogliate da’ loro governatori.

... invalido legum auxilio, quae vi,... — Servendo esse guerre civili.

... ambitu,... — Col favore de’ potenti.

... postremo pecunia... — Con cui si vendono le leggi negli Stati corrotti.

... turbabantur. — Ciò è detto, per lo contrario, degli ordini coi quali erano bene amministrate le leggi, perché di tali accuse di sindacato se ne formavano extra ordinem giunte particolari e non si trattavano per via ordinaria con le leggi generali de repetundis.

Capo terzo

Ceterum Augustus subsidia dominationi... — Perché un principe senza certo successore è come un esercito senza rinforzi.

... Claudium Marcellum, sororis filium, admodum adolescentem, pontificatu et curuli aedilitate:... — Rompe le leggi d’intorno all’etá di prender le cariche.

... M. Agrippam, ignobilem loco,... — È propio degli Stati nuovi monarchici di promuovere agli onori civili i plebei per mantenersi ben affetta la moltitudine.

... bonum militia... — Qui «bonus» in bel latino significa e «utile» e «forte».

... et victoriae socium,... — Per antonomasia intende la vittoria azziaca, che diffiní a favore d’Augusto l’imperio. Ma tali eccedenti meriti rendono sospetti a’ príncipi i capitani; onde i rei politici dánno lor quel consiglio: che o faccino il

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resto o vadino a farsi romiti. Ma Augusto, da saggio principe e generoso, innalzò Agrippa a’ primi onori della repubblica; di piú l’imparentò con la casa regnante e se n’adottò due figliuoli, tra per mantenerlo contento e per dar un luminoso esemplo a’ plebei di ben servire alla sua potenza.

... geminatis consulatibus extulit. Mox, defuncto Marcello, generum sumpsit: Tiberium Neronem et Claudium Drusum privignos imperatoriis nominibus auxit, integra etiamdum domo sua. — Qui Tacito nota Augusto d’imprudenza, che, con innalzare i figliuoli di Livia, gitta nella reggia semi di nuove guerre civili.

Nam genitos Agrippa, Caium et Lucium, in familiam Caesarum induxerat: nec dum posita puerili praetexta, principes iuventutis appellari, destinare consules, specie recusantis,... — Per non sembrare che ancor qui vuol rompere le leggi d’intorno all’etá di prender i maestrati.

... flagrantissime cupiverat. Ut Agrippa vita concessit, L. Caesarem euntem ad Hispanienses exercitus, Caium remeantem Armenia et vulnere invalidum, mors, fato propera, vel novercae Liviae dolus abstulit;... — Vogliono qui accusar Tacito di maligno, ma a torto, perché egli il lascia da dubitarne, posto il natural affetto di Livia per gli suoi figliuoli e ’l natural odio delle madregne contro i figliastri.

... Drusoque pridem extincto, Nero solus e privignis erat: illuc cuncta vergere. — Usa un verbo di piú grave peso che «spectare», per dar ad intendere l’inclinazione del popolo a durare nello Stato monarchico.

Filius collega imperii, consors tribunitiae potestatis adsumitur,... — Qui si dichiara Tiberio successore del principato.

... omnisque per exercitus ostentatur:... — Dalle forze de’ quali era assicurato l’imperio.

... non obscuris, ut antea, matris artibus... — Perché innanzi vi erano i figliuoli di Agrippa, adottati da Augusto.

... sed palam hortatu. — È un’insolente composizione latina.

Nam senem Augustum devinxerat adeo uti nepotem unicum, Agrippam Postumum, in insulam Planasiam proiiceret: rudem

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sane bonarum artium... — Che sono le pratiche delle virtú: come la fede, la segretezza, pratiche della giustizia; l’industria, la diligenza, pratiche della fortezza. Perché i romani non curavano esse virtú, che sono abiti interni dell’animo, che solo si sanno da Dio; ma attendevano alle pratiche di esse virtú che si possono sapere dagli uomini: onde la voce «virtuosus» non è latina, e si dice «virtute praeditus», «uomo che mostra virtú».

... et robore corporis stolide ferocem nullius tamen flagitii compertum. — È preso nella parola. Non dice «sceleris», ch’è detestato dal gener umano; non «criminis», delitto ch’offende il pubblico; ma «flagitii», una dissolutezza ovvero peccato di disciplina.

At hercule Germanicum, Druso ortum, octo apud Rhenum legionibus imposuit, adscirique per adoptionem a Tiberio iussit, quamquam esset in domo Tiberii filius iuvenis, sed quo pluribus munimentis insisteret. — Perché i figliuoli sono le fortezze de’ príncipi.

Bellum ea tempestate nullum, nisi adversus Germanos, supererat: abolendae magis infamiae, ob amissum cum Quinctilio Varo exercitum, quam cupidine proferendi imperii aut dignum ob praemium. Domi res tranquillae. Eadem magistratuum vocabula. — Perciò sopra è quel «consulem se ferens», perché il volgo solamente attende al vano suono delle parole, né punto sa penetrar nelle cose.

Iuniores post Actiacam victoriam, etiam senes plerique inter bella civium nata: quotusquisque reliquus, qui rempublicam vidisset? — Ecco la legge regia naturale con cui Tacito legittima la monarchia d’Augusto: perché i romani non erano nati nella libertá popolare e ’n conseguenza non avevano natura civile libera; e i governi escono naturalmente dalla natura degli uomini governati. E questa è la ragione ch’egli si ha preso a narrare l’ultime cose di Augusto («de Augusto pauca et extrema tradere»), perché con trenta anni di pace avevano bastantemente i romani dichiarata la loro efficace volontá allo Stato monarchico e perciò immediatamente soggiunge:

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Capo quarto

Igitur, verso civitatis statu,... — Non può con maggiore evidenza dire che lo Stato romano si cangiò naturalmente da libero popolare in monarchico; talché quindi incomincia Tacito gli annali della romana monarchia.

... nihil usquam prisci et integri moris... — Perché i romani erano giá divenuti sfacciati, ingordi dell’altrui, codardi, vili, finti, bugiardi, traditori ed assassini de’ loro amici, tutti vizi di schiavi, non costumi di liberi, generosi, aperti e magnanimi, da’ quali naturalmente esce la civil libertá; e in una parola erano giá divenuti «servi per natura» che dice Aristotile; alla qual natura siegue che sieno servi per diritto natural delle genti, il quale esce naturalmente da essi costumi delle nazioni.

Omnes, exuta aequalitate, iussa principis aspectare:... — Si ha da riferire ad Augusto, che solo si era distinto in natura civile, perché era giá divenuto superiore alle leggi: del rimanente, la monarchia vuole tutti con le leggi uguagliati. E perciò soggiugne: «omnes principis iussa adspectare», perché nella monarchia i comandi del principe son le leggi.

... nulla in praesens formidine, dum Augustus, aetate validus, seque et domum et pacem sustentavit. Postquam provecta iam senectus, aegro et corpore fatigabatur, aderatque finis et spes novae: pauci bona libertatis incassum disserere,... — Ch’è propio de’ dialettici; onde vuol dire che facevano discorsi accademici d’intorno alla libertá, e pur questi erano «pauci».

... plures bellum pavescere,... — Perché, addimesticati, amavano la pace, e «gli piú» nelle materie politiche vaglion per «tutti».

... alii cupere:... — Ch’erano pochissimi malcontenti.

... pars multo maxima... — Con peso di parole non dice «maior pars», che pur valevano per tutti, come si è detto; ma «multo maxima», con che significa ch’erano pochissimi quelli «alii cupere».

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... imminentes dominos variis rumoribus differebant. — Non si rivoltarono alla morta libertá, ma, fermi co’ voleri nello stato monarchico, discorrevano variamente de’ príncipi che avean d’avere.

Trucem Agrippam et ignominia accensum, non aetate neque rerum experientiae tantae moli parem. Tiberium Neronem, maturum annis, spectatum bello: sed vetere atque insita Claudiae familiae superbia; multaque indicia saevitiae, quamquam premantur, erumpere. Hunc et prima ab infantia eductum in domo regnatrice: congestos iuveni consulatus, triumphos: ne iis quidem annis, quibus Rhodi specie secessus exsulem egerit, aliquid quam iram et simulationem et secretas libidines meditatum. Accedere matrem muliebri impotentia: serviendum feminae, duobusque insuper adolescentibus, qui rempublicam interim premant, quandoque distrahant, etc. — Ecco l’errore che fece Augusto di adottare i figliuoli di Livia, «integra dum principum domo».

Capo quinto

[Augusto agonizza a Nola.] Acribus... custodiis domum et vias sepserat Livia: laetique interdum nuntii vulgabantur, donec provisis quae tempus monebat, simul excessisse Augustum, et rerum potiri Neronem fama eadem tulit. — Queste arti si praticarono in Napoli dal governo alla morte di Carlo ii.

Capo sesto

Primum facinus novi principatus fuit Postumi Agrippae caedes: quam ignarum inermemque, quamvis firmatus animo, centurio aegre confecit. — Con molti colpi, ch’è la propia significazione di «conficere» e «interficere».

Nihil de ea re Tiberius apud Senatum disseruit. Patris iussa simulabat, quibus praescripsisset tribuno custodiae adposito, ne contaretur Agrippam morte adficere, quandocumque ipse supremum diem explevisset. Multa sine dubio saevaque Augustus de moribus adolescentis questus, ut exsilium eius

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senatosconsulto sanciretur, perfecerat: ceterum in nullius unquam suorum necem duravit; neque mortem nepoti pro securitate privigni inlatam, credibile erat, etc. — Questa è debolezza di Tacito, perché i príncipi non han congionti, e per la conservazione degli Stati dánno morte, se bisogna, anco a’ propi figliuoli, come si dice di Filippo ii.

Capo settimo

At Romae ruere in servitium consules, patres, eques: quanto quis illustrior, tanto magis falsi ac festinantes, vultuque composito, ne laeti excessu principis, neu tristiores primordio, lacrimas, gaudium, questus, adulationes miscebant. — Questa è l’idea che Tacito dá della monarchia.

Sextus Pompeius et Sextus Apuleius consules primi in verba Tiberii Caesaris iuravere: apudque eos Seius Strabo et Caius Turranius, ille praetoriarum cohortium praefectus, hic annonae. Mox Senatus, milesque et populus. — Viltá nella quale cadde il popolo romano di giurare fedeltá al principe con la formola con la quale i gladiatori giuravano al loro maestro: «vinciri, verberari, uri».

Nam Tiberius cuncta per consules incipiebat, tamquam vetere republica et ambiguus imperandi. Ne edictum quidem, quo patres in curiam vocabat, nisi «tribuniciae potestatis» praescriptione posuit, sub Augusto acceptae. Verba edicti fuere pauca et sensu permodesto. De honoribus parentis consulturum; neque abscedere a corpore: idque unum ex publicis muneribus usurpare. — Non detto in senso volgar latino di «usar spesso», ma de’ giureconsulti di «interromper il lungo possesso d’altrui»; e vuol dire ch’esso interrompeva alla repubblica il possesso della libertá in questa sola picciola parte: di assistere come persona pubblica personalmente a’ funerali di Augusto.

(manca il resto)

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