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Giambattista Vico: Opere

VI: Scritti Storici

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IV. Piccoli Scritti Storici E D’Erudizione Stroica

IV. Piccoli Scritti Storici E D’Erudizione Stroica

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I Delle cene sontuose de’ romani

Memoria recitata
nel prendere possesso del seggio accademico
nell’Accademia Palatina di Napoli
istituita e presieduta dal viceré duca di Medinaceli
(1698 o 1699).

La piú splendida e luminosa lode, eccellentissimo principe, che io della grandezza romana abbia letto giamai, se non vado errato, mi sembra quella che proprio fosse della maestá di Roma aver in sua ragion la fortuna e, come piú le fosse in grado, a’ popoli e nazioni donarla. Ma di questo elogio, che alla romana repubblica nel suo piú alto stato Sallustio scrisse, altro e piú grande e piú magnifico estimo doverseli dare dopo che la cittá lume del mondo dello in tutto fu spenta: che la grandezza romana della sua total rovina fece piú fortunata, lecito mi sia dire, la sua fortuna. E di vero, alla fortuna di Roma distrutta attribuire oggi si dee che Vostra Eccellenza sia tanto vaga d’esserne ragguagliata quanto altri mai e dare al grand’imperio seggio, assai piú glorioso de’ sette colli, nella vostra alta mente. Adunque non vi rechi meraviglia, eccellentissimo signore (se pur cosa alcuna meraviglia vi reca) che, dopo averne ascoltate le imprese de’ príncipi piú famose, oggi che per vostra pregiatissima grazia a me tocca, in questo

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luogo onorato e riverito tanto, la prima vece di dire, abbiami scelto tessere una diceria delle cene sontuose de’ romani. È l’argomento per sé ameno, ma però molto inferiore di voi, e, per conseguenza, dove abbiate dalla sua propria altezza ad inchinare la vostra divina mente. Con tutto ciò, io spero che la gioconditá delle cose che aranno a dirsi manterranno pur piacevolmente per brieve tempo i vostri sublimi pensieri fuor di lor stato.

Io estimo che la ragion delle cene sia egli compiutamente descritta e ispiegata se a questi quattro capi la ridurremo: tempo, luogo, apparecchio e ordine di cenare.

L’ora destinata alla cena era la nona romana, quando l’amorosa stella di Venere, avendo di giá sommerso nel mar d’Atlante il Sole, spiega i suoi chiari e ridenti raggi sopra il nostro orizonte: ora degnamente scelta a ciò fare, perché, affatto sciolti da ogni altra cura, i corpi e gli animi rinfrancassero dalle fatiche e nere sollecitudini che portan seco gli affari del giorno. E, quantunque appo alcuni latini scrittori facciasi menzione de’ pranzi, ch’è cibo ch’a mezzogiorno si prende, certa cosa egli è che non furon essi da’ piú antichi conosciuti, che non solevano senonsé una sola volta il giorno cibarsi. E con tutto che fossersi ne’ tempi vicini al principato i pranzi di giá introdotti, non eran essi però se non molto moderati. Impercioché pranzavano soli (lo che non mai usavan di fare nelle cene); e l’inverno, come Celso avvisa, mangiavan qualche cosarella senza carne o bevanda: l’está però, per lo lungo tratto del giorno, un po’ di carne talora e qualche bevanda eran usi di prendere.

Il luogo eletto per le cene era il piú alto delle case, che indi era detto «cenacolo». Gli uomini però, che di ricchezze e di splendore abbondavano, avevano essi in una sola casa di piú cenacoli. Impercioché Cicerone e Pompeo, presi un giorno da vaghezza di sapere all’improvviso come giornalmente si trattasse nel cenare Lucullo, abbattendosi in lui per avventura sulla piazza, il salutano e gli addimandano la cena, e sí dicono: — Però vedi, Lucullo, di non mandar messaggiero

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innanzi, percioché non ci piace che per noi spesa alcuna tu faccia. — Lucullo, faccendo sembiante di ricusare, priegava i due grandi amici che si contentassero il giorno appresso venir seco a cenare; e, come quello che non potette impetrarlo, soggiunse: — Almeno lecito mi sia dire ad uno schiavo in qual cenacolo dobbiamo cenare stasera. — E, fattali di ciò licenza: — Va’ — disse a uno — e di’ che io voglio cenare in Apollo. — E incontanente gli menò a casa, dove ritrovarono con lor meraviglia un apparecchio sopra ogni lor credenza lauto e reale, non sappiendo essi che Lucullo, uomo di erudito lusso, avea piú cenacoli in certi nomi distinti, che, proferitone uno, il dispensiere e ’l cuoco sapessono che e quanto facesse di mestieri alla cena. E la somma a quel di Apollo tassata era cinquemila docati.

Contenevasi il cenacolo in piú parti, cioè cocina, dispensa, vivaio, peschiera, libraria. Ma che hanno a fare i libri co’ bicchieri? Il dirò. Aveano in costume gli antichi di proporre dopo cena, e talor tra ’l cenare, alcuna dilettevole quistione per cibar tutto l’uomo, cioè il corpo coi mangiari, l’animo con le cognizioni: laonde, per rincontrare alcuna autoritá confacente a solvere i dubbi tra ’l discorrer nati, facea di mestieri aver pronta la copia de’ libri presso a quel della cena. In altra stanza a rimpetto a quella del cenare, come ritraggo da Seneca, si spiegava il riposto delle mense, delle credenze, de’ vasi e de’ fercoli, che leggiadramente in lingua italiana traporron «trionfi».

Poco magnifiche riputavansi dal romano lusso le tavole di oro nonché di argento, perché, se alcun perdere le volesse in un tratto, non le potea, poiché pur preziosi ne rimanevan gli avanzi. Onde a’ tempi di Nerone fin dall’Oceano Indiano si portarono le cortecce delle testudini, delle quali, in sottilissime foglie segate, ne ricovrivano non sol le mense, ma le credenze e i letti da cena, e, come Seneca accenna, gli artefici le medicavano in guisa che, perdendo il lor proprio, acquistassero il color del legno che ricoprivano, faccendolo, come oggi la vernice chinese, nitido e risplendente. Materia

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pregiata fu ancor l’avolio; ma sopra tutto preziosissima egli fu la radice del cedro, di cui tanto salse il valore che adeguava quel dell’oro e delle perle. E decantate son quelle due mense, delle quali una ne comperò Cicerone a prezzo che, come dice Seneca, assorbiva il patrimonio d’un senatore romano, cioè venticinquemila scudi, e l’altra da Asinio Gallo, altrettanto. Onde, poiché fu cotanto ammirata la radice di questo arbore, che la natura a’ soli tempi della romana sontuositá stimò degna produrre, mi par bello (se non mi dilettano le mie cose) narrarne in brieve la storia.

Nasceva, come Plinio e Teofrasto scrivono, sopra altissimi e freddi monti della Mauritania, e particolarmente sopra l’Atlante. Egli era altissimo e dritto molto; ne’ rami, nel tronco e nelle sempre verdi fronde somigliante al cipresso: però queste eran coperte da una molto sottil lanugine, della quale, adoperatavi l’arte, si potevano, come della seta, fare le vesti. Le frutta simili ad un granello di orzo, che, prese anzi cena, preservavano dall’ubbriachezza. Dalla radice dunque di quest’arbore, in sottilissime foglie segata, come oggi di quelle della noce e dell’olivo, ne coprivan le mense. Il color di esse era oscuro nel midollo e mischio nella corteccia. La vena, crespa assai, che o con un lungo tratto imitava la pelle della tigre, o rotando rassembrava quella della pantera, o ondeggiando formava la coda del pavone (che erano le piú belle), o finalmente serpendo, inchiodandovi di parte in parte chiovi di color mischio fatti della stessa corteccia, raffiguravano la lampreda. Il pregio di queste mense nasceva non solo per esser quelle vistose e vaghe ma eziandio incorrottibili: onde ne faceano anco i libri o, almeno, dell’olio di essa gli ungevano per serbarli eternamente dal tarlo delle tignuole.

Or, donde uscí ritornando la diceria, la forma delle mense fu quadrata, appresso ritonda, finalmente, a’ tempi di Vespasiano, lunata. Le sostenevano piedi per lo piú d’avolio, rappresentanti o pardo o lione, e abbisognava che nel riposto ve ne avessero di queste mense almen tre, perché, nel finir l’anticena, la prima e seconda tavola, queste si toglievano via

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e succedevan dell’altre. Di sí fatte materie erano gli abaci o le credenze. Geta figliuol di Severo dispose la credenza per gli abaci di sorte che sotto ciascheduna lettera si contenessero le vivande, i nomi delle quali da quella lettera cominciassero, come sotto la lettera «P» il pollo, il pesce, la pernice, il pavone, il porchetto, il prosciutto. E ’l delicato vecchio di Petronio ne avea disposto una cosí: che rappresentava il zodiaco e le dodeci case del Sole, e (guatate gola ingegnosa!) dentro ciascuna di queste case un convenevol cibo si riponesse.

Ma, vegnendo finalmente a’ vasi, il vetro suggellato e ’l cristallo «impunto» di Apuleio imita[va]no i nostrali di Boemia. E furono i vasi, di cotal materia sí formati, tanto in pregio appo gli antichi che Nerone, ricevuto avviso delle sue disperate cose, in quella somma rabbia, gittando a terra ruppe due bicchieri ch’egli sommamente cari tenea, dov’erano intagliati i versi d’Omero, riflettendo in ciò Plinio ch’egli stimò per questa via punire il secolo: che niun altro ivi bever potesse. E qui non so se si debbia riputare di Petronio arbitro de’ piaceri o piuttosto di Giovanni Sarisburiense quel che racconta Trimalchione del vetro pieghevole e che resistesse a’ colpi di martello, cosí temprato sotto Tiberio, il quale avesse perciò comandato decollarsi l’artefice e darsi il guasto alla sua bottega, accioché il pregio dell’argento e dell’oro non s’avvilisse. (Ché io credo, per me, la scommunica del [Santo] Padre, presso Graziano, ben istare indosso di cotesti alchimisti che si persuadono poter i metalli per artificio umano cangiar natura.)

Nobil materia de’ vasi somministrò l’incendio di Corinto, che, fondendo argento, oro e altri metalli insieme, il caso tanto ben gli confuse che delle miserie de’ greci ne fecero le delizie [i] romani. La Partia apprestava loro la murra, pietra vermiglia, meravigliosamente odorosa. Mandava il mar di Settentrione l’ambra, la quale imitavano anco gli orefici col fonder nell’argento una quinta porzion d’oro (avvegnaché ci ricrederebbero i lombardi, se volessimo darci a credere che i pioppi del Po stillassero ambra). Solevano poi distinguere e

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tempestare i vasi di preziosissime gemme, come appo noi le sacre pissidi, o farli lavorare di bassorilievo, tra’ quali furon celebri molto quelli di Mentore.

Le forme de’ vasi da bere eran varie. Larghe e profonde eran le trulle; a guisa di navi i cimbii e gli scifi; a campenello i ciborii; i nestorei di due fondi; larghe e piane le patere; con qualche differenza i carchesii; e oltre a questi i calici, le pissidi, le lagene, i cántari, le ampolle e altri infiniti, de’ quali il dottissimo Baifio un intiero libro compose. I piatti di varie forme, come oggi, e, fra le altre, capaci di portar sulle mense intieri i cignali, i porci, i vitelli.

Ora entriam finalmente nel luogo da cenare, detto, dal numero ordinario di tre letti, «triclinio». Era la struttura di esso a vòlta, e quello del palaggio di Nerone di tavole versatili, sopra le quali eran ancora menati i condotti, accioché, rivoltandosi quelle e aprendosi questi, roversciassero sopra le mense fiori e nelle vivande odorati unguenti, la copia de’ quali faceva, fra l’altre cose, sontuoso il convito. Di che eran sí vaghi i romani che ne ungevano la fronte, i piedi, i capelli, e li mescolavano nel vino e nel brodo, e talora, per sentirne il grato odore da per tutto, ne ponevano, invece dell’olio comunale, nelle lucerne e lampane, che, di metallo per lo piú corintiaco fatte e in guise oltremodo ingegnose, dalle vòlte del triclinio pendevano. Lo spazzo era coverto o di minio o, come quel di Metello (appo Sallustio), di cruogo.

In mezzo al triclinio erano, adunque, allogati tre letti spiumazzati o con arazzi o con porpore risplendenti. Ciascheduno di questi letti era di tre persone agiatamente capace: onde comunalmente dicesi che in un convito non deono esser meno del numero delle Grazie né piú di quello delle Muse. Giacevano essi convitati piegando la parte superiore del corpo sopra il gomito sinistro, con la parte inferiore distesa e giacente sul letto, e appoggiando un po’ sui cuscini le spalle. Il capo leggiermente erto tenevano di maniera che, essendo piú in un letto coricati, il primo veniva a giacere a capo del letto e i piè di esso si stendevano dietro le spalle del secondo; il secondo

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tenea la coppa vòlta al bellíco del primo e i piè dietro le spalle del terzo, come da un marmo padovano il ci fa vedere Geronimo Mercuriale.

De’ letti, quel che era a sinistra era il sommo, quello a destra l’infimo; e ciò richiedeva la ragion del giacere, impercioché si coricavano sopra il lato sinistro, acciò potessero aver libera e pronta la destra mano a cibarsi. Il medesimo ordine che de’ letti era de’ convitati, perché il sommo luogo era quello che non avea altri a piè, mezzo chi avea uno sul capo, altro a piè. Di questi tre letti, il sommo e ’l mezzo era de’ convitati, l’infimo del signor di casa con la moglie e figliuoli. Il piú onorato luogo era il mezzo del letto di mezzo. Ma, se mai giacevano nello stibadio, che era un letto a figura di mezzo cerchio, al qual conveniva la mensa lunata, come a tre letti quadrata o ritonda, il primo luogo e piú onorato era il primo del corno sinistro. Di che nelle seguenti figure.
Diagram showing the seating arrangement for guests around a circular table (labeled "MENSA"). Above the table is a rectangular bench labeled "Letto di mezzo de' convitati" with a specific section labeled "Il più onorato" in the center. To the right of the table is a vertical bench labeled "Letto sommo de' convitati," divided into three sections: "Infimo" at the top, "Mezzo" in the middle, and "Sommo" at the bottom, with the right side labeled "Sinistra." To the left of the table is a vertical bench labeled "Letto infimo del signor di casa," with diagonal stripes and the left side labeled "Destra." The figure is titled "Fig. I."

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A schematic plan of a Roman triclinium layout showing two concentric semicircles labeled "Stibadio" (outer) and "Mensa" (inner). The outer semicircle is divided into sections with the right section labeled "Corno destro," the left section labeled "Corno sinistro," and the leftmost part of the left section marked "Il più onorato." Below the semicircles is a gap labeled "Porta del triclino." The figure is numbered "Fig. II."

La comoditá che arrecava il cenare in cotal guisa egli era che, finita la cena o intermessa, potevano agiatamente, piegando la spina, coricarsi tutti o, a chi era piú a grado, sedere alla usanza turchesca. Laonde si vede quanto sconciamente i pittori dipingono Cristo cogli apostoli assisi alla sacra Cena, e san Giovanni dormir presso lui sulla mensa, contro ciò che dice il Vangelo: che dormiva sul petto di Cristo; e cadono in sí fatto errore per non sapere essi l’uso del cenare asiano.

Eravi altresí nel triclinio il pulpito de’ musici, avvegnaché nelle solenni cene non faceano cosa alcuna che non fosse da armonioso concento accompagnata. Con la sinfonia si portavano e rimoveano le mense. Ballando al suono, portavano i servi i trionfi. Gli schiavi da’ bicchieri, temprando qualche inno in lode di Bacco, davan a bere. Il trinciante in atto di schermire, a certi sonori intervalli, or di punta or di taglio dava i suoi colpi. Il divisore, trescando al suono, ripartiva i piatti. Sí fatta musica, come adoperata in cose giocose, dovea esser la frigia, cioè di voci e d’istrumenti acuti, e di tempi brievi e ritmi o tenori allegri, come di triple cromatiche: onde sí sovente appo Petronio si odono «acidi» suoni e canti, che noi

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volgarmente diressimo «di soprani». Ma proprio delle cene sembra egli che stati fossono gli organi idraulici, ovvero istromenti a suon d’acqua, che i sonatori di essi, chiamati «idrauli», o con man o con piè, come avvisa Marziano Capella nelle Nozze di Psiche e d’Amore, rendevano il suono or della sampogna, or del susurro de’ venti, or del mormorio de’ fiumi, or finalmente del canto degli augelletti. Infine, come lasciò scritto Filon Giudeo, trapporto da Pier Ciacconio, vi erano presti, vistosi e leggiadri schiavi, de’ quali i piú estimati eran gli alessandrini, come quelli che erano ancora i piú mottegevoli, i quali d’inanellate chiome adorni e di bianche tuniche vestiti, secondo le varie etá eran distinti agli uffici: i fanciulli piú piccoli a ministrare il vino, i piú grandi a dar acqua alle mani, i garzonetti di primo pelo a portar le vivande.

E avendo finor favellato del tempo e del luogo delle cene, quasi altro faccendo, abbiamo anco dell’apparecchio di esse ragionato: onde altro non ci riman che dell’ordine.

Passavan i romani dal bagno alla cena, ove, mutate erano le toghe in vesti cenatorie e le scarpe in pianelli, che si lasciavan cader da’ piedi in coricandosi per non isporcare i letti, assistendo, seduto a piè di ciascun di essi, uno schiavo a tal ufficio destinato, che dicevan indi «schiavo per li piedi». Innanzi però di coricarsi, per darli il piú onorato luogo, cacciavano a sorte il re del convito, il quale dovesse comandare che cibi e con che ordine si dovesser portare a mensa (che perciò glie se ne dava una nota), e sopra tutto quanto vino e in quante volte bere dovesse ciascuno de’ convitati: onde anco «re del vino» appellavasi. Eletto il re del convito e coricatisi, immantinente gli era pòrta acqua alle mani e lavati anco i piedi. Gli erano apprestate corone di fiori, le quali strettamente si stringevan essi sul capo per rimedio contro la crapola. Impercioché per lo troppo cibo o vino immesso nel ventricolo si vengono i nervicciuoli di quello a distendersi; e, perché tutti i nervi prendon principio per la nuca del capo, come tanti rivoletti per un canale da un fonte, vengono, in

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conseguenza, a distendersi anco i nervi del capo: onde fassi la crapola, ch’è un dolor di capo cagionato dal mangiare e ber troppo. Anzi, per istorcersi talora diversamente i nervi ottici, si replicano gli oggetti e par di vedere due lucerne per una; e alla fine, aprendosi sconciamente le piegature del cerebro, che sono come piccioli foderini ove si fa conserva delle imagini che abbiamo delle conosciute cose, e ravvolgendosi queste temerariamente innanzi al pensiero, fanno l’ubbriachezza. Adunque, col tenere stretto il capo, non di leggieri si communica fin al cerebro quel distendimento di nervi: appunto come, premendo il deto un tasto, impedisce alla corda communicare di lá dal deto l’impresso moto. Ma ritorniamo in istrada per seguitare il camino, ch’è presto al fine.

La cena era divisa in tre parti. La prima delle quali si diceva «anticena» o «del mulso», impercioché, venendo essi assetati dal bagno, per estinguer tosto la sete, gli si apprestava il mulso o di giá fatto o, partitamente, vin vecchio e generoso e mèle d’Atene, accioché sel temprassero a posta loro. Dopo il mulso, seguivano varie sorte di frutta di mare, di funghi e di uccelli, come nella cena data da Metello pontefice osserva Macrobio.

La seconda parte, la quale, perché era la principale, «cena» appellavasi, faceva smaltimento delle carni piú rare e de’ pesci piú ricercati. E qui è non so se mi dica bello o brutto il vedere con quanto studio s’affrettasser i romani gire incontro alla loro rovina, e come il lusso, portato in trionfo dall’Asia, trionfò de’ trionfanti. Vitellio (narra Svetonio) fece un piatto estimato duemila e cinquecento docati, nel quale mescolò fegati di scarii, pesce del mare Carpazio, che sol di tutti rumina il cibo, cervelli di fagiani e pavoni, lingue di pappagalli, entragne di murene pescate fin nello stretto di Zibalterra. Cosí pregiavano i cibi non dal gusto ma dal valore. E stravaganti invero furono le pazzie che facevano nelle triglie. Il ghiotto Ottavio ne comperò una, mandata a vendere da Tiberio nella piazza centocinquanta ducati; Asinio Celere un’altra, duecento: talché non dee sembrare meraviglia se quel

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leccone d’Apicio avesse nella cocina due millioni e mezzo scialacquati.

Or si portavano i trionfi in tavola, rappresentanti meravigliose figure o di uomini o di bestie, cosí ingegnosamente costrutte che, gettate in mezzo al convito, il re ne cacciava una figura o angolare o ritonda o altra che piú a grado gli fosse, per prender indi argomento di ammonire i convitati della brievitá della vita, perché attendessero a bere e darsi buon tempo. Vedete quanto può la forza del rozzo o mal uso! Ché quella morte, il di cui pensiero porge a noi argomenti a ben fare, fomentava gli stolti gentili a piú compiacere alla gola.

Intorno al bere, facevano le lor delizie i romani nell’acqua cotta annevata e ne’ vini vecchi. L’acqua cotta annevata fu ritruovato di Nerone, il quale facea al fuoco dileguare le nevi e poi colarle e assottigliarle per cole o sacchi, e quinci l’annevava di bel nuovo con metterci dentro globbi o pezzi di ghiaccio. Certamente questa è piú saporosa dell’acqua viva annevata: impercioché la neve probabil cosa egli è che e’ si faccia da’ sali nitri che, scorrendo per l’aria, come quelli che sono di figura angolare, si frappongono facilmente tra gli angoli che lasciano i globicelli dell’acqua, e cosí vengono ad essere quasi glutine o colla di essi e, per conseguenza, [ad] incepparli. Questi sali, adunque, fan che la neve dileguata sia piú saporosa dell’acqua viva; e molto piú il fanno quando gli angoli sono in qualche parte ottusi per lo moto impressovi dal riscaldamento. Impercioché, rintuzzati, non squarciano i pori del palato, né pungono cosí le fibre de’ nervi come fanno quando son troppo acuti, onde avvien quell’ardore di bocca e quel dolor di capo che sentesi dal mangiar molta neve; e, dolcemente solleticando i valichi dell’organo del gusto, cagionano il sapore, che non cagionerebbono se fossero affatto di figura ritonda, come quelli della pura acqua, perché, rinvenendo della stessa figura i pori del sensorio tessuti, vi si fan dentro senza farvi impressione alcuna.

Come vadasi la bisogna che gli antichi cosí facilmente conservassero per cento e piú anni il vino, io son d’opinione

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che se ne debbia cagione al vaso impeciato e al molto fumo che si facea dove essi lo riponevano. Mi conferma a ciò dire quello che nelle pestilenze si osserva: che gli uomini sogliono usar vesti di pece per preservarsene; ch’è tanto dire quanto per impedire che nelle vene non s’intrometta aria che possa cagionar quella febre, che, per Tomasso Willis, non è, come le altre tutte, che una fermentazione del sangue, a quella del vin somigliante; — e che ’l fumo poi faccia al vino quel che delle carni, alle quali per impedirsi la fermentazione e seccarle bene, le sogliono appendere ne’ camini.

Le leggi del bere erano: che nel principio bever dovessero ne’ vasi piccoli, cioè in quelli di quattr’oncie romane, che sarebbono i bicchieri nostri comunali; — verso il fin poi della cena, in quelli di una libbra o poco meno, che è presso a tre bicchieri nostrali, poiché in quelli di due oncie solo gli ammalati bevevano; — bere ogni qualunque volta si nominassero dii, amici, innamorate o ’l principe, con quella formola di far brindisi: «Buon pro a me!», «Buon pro a voi!», «Buon pro ad Augusto!»; — e talora tante volte bere quante eran le lettere dell’innamorata o del principe nominato. Ed a chi ciò ricusava fare, il re dicea: — O bevi o vattene! — Onde si introdusse quello sconcio e stomachevol uso di recere ne’ conviti. Consecravan la prima bevuta a Giove conservatore, come dice Ateneo, o al buon Genio, siccome a Mercurio il primo piatto delle carni.

Appresso la cena, alla fine, succedevano le seconde mense, ch’erano delle frutta e delle cose ammelate, peroché non avevano essi l’uso del zucchero: de’ quali doni anco n’empivano i convitati le proprie tovaglie e gli si portavano alle lor case. E in dipartirsi si dicevano l’un l’altro «Buon pro!», e al signor di casa auguravano buona mente dal cielo.

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II Gli «Annali» di Tacito al lume della «Scienza nuova»

Abbozzo di commento storico
(dopo il 1730).
Libro primo — Capo primo

Urbem... — Che propiamente sono gli edifici, siccome «civitas» è il comune de’ cittadini.

... Romam a principio... — In miglior latino arebbe detto «principio».

... reges habuere. — Ch’è la spezie piú debole delle tre possessioni che fanno i giureconsulti, ove dicono «habere, tenere, possidere», per significare l’incertezza de’ regni eroici, i quali si conservavano con la corporale possessione degli edifici delle cittá. Perché, per la ferocia de’ tempi e la mala sicurezza delle regge non essendosi ancor inteso l’uso e l’arte delle fortezze, essendo tutte le cittá eroiche smurate, Tucidide, al quale qui Tacito deve aver riguardato, dice che ne’ tempi eroici gli re si cacciavano tutto giorno di sedia l’un l’altro, e ne’ tempi barbari ritornati non si legge cosa piú incerta nella storia che la successione de’ regni; laonde in sessant’anni nella corte di Spagna vi furono uccisi da ottanta reali, talché i padri del concilio illiberitano con gravi scomuniche ne condannarono la frequentata scelleratezza.

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Libertatem et consulatum... — Credono tutti Bruto aver ordinato la libertá popolare; ma il consolato non fu che dopo cento anni comunicato alla plebe. Onde hassi a dire che Bruto col consolato riordinò la libertá aristocratica con fare di uno re a vita due re annali, come gli chiama Cicerone, De legibus; da’ quali durante il lor regno vi era l’appellazione al popolo, e, quello finito, dovevano rendere conto al popolo del regno da essoloro amministrato. Talché in questo luogo Tacito avvisa il regno romano innanzi essere stato aristocratico; con cui apertamente conviene Livio, il quale dice che con l’ordinamento de’ consoli «nihil quicquam de regia potestate deminutum». E Bruto, da saggio, dovette richiamare da tal corruttela la repubblica a’ suoi princípi; e i tiranni si fanno séguito e si stabiliscono col proteggere la libertá popolare.

... L. Brutus instituit. Dictaturae... — Ogni qual volta si criava in Roma il dittatore, avveniva in Roma una mutazione di Stato, surgendovi una potestá sovrana monarchica da cui non si appellava né si rendeva conto al popolo, e ’l dittatore richiamava a sé tutti gl’imperii minori. Ch’è quello: «sub dictatore omnes magistratus silebant».

... ad tempus... — Queste sovrane potestá sono pericolose alle repubbliche, o aristocratiche o libere che sieno; e perciò, se il pubblico bisogno, ch’aveva richiesto il dittatore, durava un sol giorno, un giorno e non piú durava la dittatura, e se troppo durava il bisogno, la dittatura nell’eletto non durava piú che sei mesi e se ne criava un altro.

... sumebantur:... — Intesero i romani che le civili potestá non si fanno dagli uomini ma da Dio: perché del dittatore non dicevano «facere» o «creare», come de’ consoli, de’ pretori, de’ censori o altri maestrati; ma dicevano «dicere dictatorem», ch’era un preconizzarlo. In conformitá di questa massima politica, Tacito dice «sumebantur», ché i dittatori, dichiarati che erano, prendevano la dittatura di propia autoritá, usando una delle due formule de’ legati detti «per vindicationem», che sono «capito» o «sumito», per ciascuna

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delle quali due il legatario si prende di propia autoritá il legato, né ha bisogno di riceverlo dalla mano dell’erede.

... neque decemviralis potestas... — Usa la voce «potestas», che significa una potestá di fatto: non dice «imperium», ch’è una potestá di ragione, perché nel secondo anno i decemviri erano divenuti dieci tiranni, come gli appella la storia, che senza il comando del popolo volevano durare nel decemvirato.

... ultra biennium, neque tribunorum militum consulare ius... — Nemmeno qui usa la voce «imperium», perché, nella contesa di comunicarsi il consolato alla plebe, i nobili, per non comunicarle alcun imperio, fecero quella uscita di criare dal lor corpo e da quel de’ plebei i tribuni militari cum consulari potestate, come sempre legge la storia, non «cum consulari imperio», che la storia legge non mai, perché i tribuni della plebe in niun tempo ebbero imperio. Onde tutta la romana repubblica si conteneva in questo motto: «senatus auctoritas, populi imperium, tribunorum plebis potestas».

... diu valuit. — Rende a’ decemviri fatti tiranni ed a’ tribuni militari comune la voce «valuit», perché né gli uni né gli altri ebbero alcuna ragione d’imperio; e «valere» è delle forze del corpo, ond’è «valens» il ben atante della persona, come «fortis» è il forte d’animo e di ragione.

Non Cinnae, non Sullae longa dominatio;... — Chiama «tirannide», perché Cinna e Silla regnavano con la forza e col sangue, i quali regni non sono durevoli, e perciò dice «non longa».

... et Pompei Crassique potentia... — Costoro fecero la repubblica oligarchica o sia de’ potenti, i quali senza sangue, con certe arti civili, da tutti si fecero rispettare, talché dal loro arbitrio dipendevano tutte le cariche e le leggi tutte. E nomina prima Pompeo e poi Crasso, perché, finché visse, Crasso mantenne in equilibrio la potenza di Pompeo e di Cesare: morto che fu, la potenza di Crasso, per quella parte ch’era passata in Pompeo, fu superata da Cesare. Talché in ciò che Tacito sembra non aver serbato l’ordine de’ tempi (perché prima cadde Crasso nella guerra co’ Parti e poi Pompeo

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in quella con Cesare), egli vuol dare quest’avviso politico: che la potenza in uno Stato può durare divisa in tre, ma non può durare ridutta a due.

... cito in Caesarem, Lepidi Antoniique arma... — Questi ristabilirono con Augusto il triumvirato, non colla potenza senza venir all’atto, come Crasso, Pompeo e Cesare finché visse Crasso, ma con la forza dell’armi; e cosí la repubblica cadde nell’ultima corrozione, ch’è l’anarchia o la sfrenata libertá de’ popoli liberi, nella quale le leggi sono oppresse dall’armi.

... in Augustum cessere. — Rende a tutti e sei un verbo che dinota forza, perché «cedere» porta necessitá che uno esca perché un altro entri nel medesimo luogo, perch’è impossibile che due corpi occupino un luogo medesimo.

Qui cuncta,... — Con tal voce intende la repubblica, e l’usa spesso che significa tutte le cose insieme, a differenza di «omnia», che posson esser l’una dopo dell’altra. Il dicono anche i latini con la voce «res», come in quella frase «rerum potiri», per «impadronirsi d’uno Stato». Talché queste due voci «cuncta» e «res» sono due generi trascendentali, a’ quali riduce tutto il suo universo la civil metafisica, come oggi le sovrane potenze con le loro corone sostengono ciascuna un suo mondo.

... discordiis civilibus fessa,... — Ecco la repubblica in tutte le sue parti ammalata.

... nomine principis... — Prendendosi un titolo sovrano usato nell’Occidente, la qual parte del mondo romano Augusto nella divisione del triumvirato avevasi per sé preso con Roma e l’Italia, siccome lo stesso Tacito dice: «suetum regibus occidentem», e ’l nome di re era odiatissimo da’ romani.

... sub imperium accepit. — Con questo motto Tacito legittima la monarchia d’Augusto, perché, essendo la repubblica in tutte le sue parti guasta e corrotta, naturalmente si offeriva ad uno che le dasse rimedio; onde Augusto «sub imperium» non «coëgit» ma «accepit», il qual verbo suppone altri che

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offerisca, come lo spiega appresso: «Quod non aliud discordantis patriae remedium quam ut ab uno regeretur». Cosí può esser vera la favola della legge regia di Triboniano, che il popolo si spogliò del suo sovrano imperio e trasferillo in Ottavio Augusto.

Sed veteris reipublicae prospera vel adversa... — È propietá della buona storia non dissimulare le avversitá degli Stati, come i romani narrarono fedelmente gli oltraggi ed onte fatte loro da’ Galli senoni, le rotte ricevute da Annibale, le sconfitte da’ numantini, le vergognose guerre de’ gladiatori, degli schiavi, de’ corsali.

... claris scriptoribus... — Ripone la chiarezza degli storici nel non dire mensogne né tacere la veritá.

... memorata sunt: temporibusque Augusti dicendis... — «Dicere» è propio degli oratori, e cosí gli storici adornarono piú che narrarono i tempi d’Augusto.

... non defuere decora ingenia... — Ma, se nol fecero con severitá di storici, il fecero almeno con decoro di ben parlanti.

... donec, gliscente adulatione, deterrerentur. — Io qui leggerei «detererentur», perché non è propio dell’adulazione «deterrere», ch’è «distogliere» o «frastornare alcuno per timore»; ma qui domina il sentimento che l’adulazione guastò gl’ingegni degl’istorici che vennero appresso, che fussero vani e bugiardi.

Tiberii Caiique et Claudii ac Neronis res, florentibus ipsis, ob metum falsae; postquam occiderant, recentibus odiis compositae sunt. — Questo è quel precetto d’arte istorica, che le storie non si scrivano che almeno dopo cento anni d’esser avvenuti essi fatti.

Inde consilium mihi pauca de Augusto, et extrema, tradere; mox Tiberii principatum et cetera: sine ira et studio, quorum caussas procul habeo. — Perché Tacito vuole scrivere gli annali della monarchia, la quale non si stabilí che negli ultimi tempi d’Augusto.

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Capo secondo

Postquam Bruto et Cassio caesis, nulla iam publica arma;... — Perché innanzi l’armi pubbliche, ch’erano del popolo romano, il quale nella libertá popolare era signore dell’armi, si erano tutte divise in due fazioni, né vi era imperio civile ch’assistito dall’armi avesse potuto infrenarle; nel qual caso sarebbero state armi e violenze private.

... Pompeius apud Siciliam oppressus, exutoque Lepido, interfecto Antonio, ne Iulianis quidem partibus, nisi Caesar, dux reliquus:... — Perché, se fussero rimasti, per cagion d’esemplo, due figliuoli o eredi di Cesare, le materie civili popolari non erano nell’ultima disposizione di ricevere la forma monarchica, potendo quei due capifazione dividersi in due partiti. Cosí da tal motto Tacito incomincia l’«uno», che dá l’essenza e ’l nome alla monarchia.

... posito triumviri nomine, consulem se ferens,... — Facendo mostra di console, per la massima ch’insegna appresso, che negli nuovi Stati monarchici si ritengano «eadem magistratuum vocabula» delle repubbliche popolari.

... et, ad tuendam plebem, tribunitio iure contentum:... — Si prese il titolo di «tribunizia potestá», o sia di protettor della libertá, per non ingelosire il popolo ch’egli gli attentasse alcuna ragion dell’imperio, ma che aveva una potestá di fatto, come abbiam detto nel primo capo, per difendere la plebe. Ed Augusto, e per molto tempo gl’imperatori appresso, non usarono altro titolo, né d’altro erano solleciti che tal titolo fosse decretato lor dal Senato, come nelle Storie si può osservare di Otone. E qui Augusto richiama all’«uno» le due materie ch’erano innanzi state delle guerre civili, fomentate ed accese dalle due fazioni, una del Senato, l’altra della plebe. E per avere da sé dipendente il Senato, si professava consolo, senza la cui relazione non poteva iure ordinario nulla determinar il Senato. Altronde, per avere anco da sé dipendente la

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plebe, si prese il titolo di «tribunizia potestá», perché — quantunque del collegio de’ tribuni della plebe un solo avesse interceduto o si fusse opposto alle risoluzioni del senato che sembravano esser contrarie alla libertá, con tutto che gli altri tutti non vi avessero replicato, l’impediva mandarsi ad effetto — egli con la sua autoritá si facesse rispettare da’ tribuni della plebe, che non ardissero di opporsi ove esso non si opponeva; e con tal saggio consiglio spense i semi di altre guerre civili.

... ubi militem donis, populum annona, cunctis dulcedine otii pellexit;... — Con tal verbo dimostra che e gli eserciti e la plebe e tutt’il popolo co’ loro medesimi costumi protestassero la pubblica contentezza dello Stato monarchico.

... insurgere paullatim,... — Perch’è pericoloso negli Stati nuovi monarchici di mostrare sensibilmente, e molto piú tutto ad un colpo, d’essersi mutato lo Stato innanzi popolare.

... munia Senatus, magistratuum, legum in se trahere,... — Meno è l’autoritá del Senato dell’imperio de’ maestrati, come de’ consoli; meno l’imperio de’ maestrati della maestá delle leggi che il popolo comandava nei grandi parlamenti, dove spiegava tutta la sua maestá.

... nullo adversante:... — Ecco l’universale consentimento nello Stato introdotto da Augusto.

... quum ferocissimi per acies aut proscriptione cecidissent. — Ecco spenti coloro che osticamente avevano voluto lo Stato popolare.

Ceteri nobilium, quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus extollerentur; ac, novis rebus aucti, tuta et praesentia quam vetera et periculosa mallent. — Ecco i nobili interessati di piú al nuovo Stato introdotto, perché quel «tuta et praesentia» è lo Stato.

Neque provinciae illum rerum statum abnuebant,... — Perché le provincie non avevano «nec velle nec nolle» d’intorno alle cose civili, che si trattavano dal popolo romano regnante, e solamente era loro lecito di convenire in ciò che dal popolo romano regnante si era determinato.

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... suspecto Senatus populique imperio... — Perché il sospetto è della mente, non è della volontá, che le provincie d’intorno a tai cose non avevano.

... ob certamina potentium... — Perché nelle guerre civili erano depredate e guaste dalle armi civili, le quali sono rapacissime e crudelissime.

... et avaritiam magistratuum: — Ed erano in pace spogliate da’ loro governatori.

... invalido legum auxilio, quae vi,... — Servendo esse guerre civili.

... ambitu,... — Col favore de’ potenti.

... postremo pecunia... — Con cui si vendono le leggi negli Stati corrotti.

... turbabantur. — Ciò è detto, per lo contrario, degli ordini coi quali erano bene amministrate le leggi, perché di tali accuse di sindacato se ne formavano extra ordinem giunte particolari e non si trattavano per via ordinaria con le leggi generali de repetundis.

Capo terzo

Ceterum Augustus subsidia dominationi... — Perché un principe senza certo successore è come un esercito senza rinforzi.

... Claudium Marcellum, sororis filium, admodum adolescentem, pontificatu et curuli aedilitate:... — Rompe le leggi d’intorno all’etá di prender le cariche.

... M. Agrippam, ignobilem loco,... — È propio degli Stati nuovi monarchici di promuovere agli onori civili i plebei per mantenersi ben affetta la moltitudine.

... bonum militia... — Qui «bonus» in bel latino significa e «utile» e «forte».

... et victoriae socium,... — Per antonomasia intende la vittoria azziaca, che diffiní a favore d’Augusto l’imperio. Ma tali eccedenti meriti rendono sospetti a’ príncipi i capitani; onde i rei politici dánno lor quel consiglio: che o faccino il

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resto o vadino a farsi romiti. Ma Augusto, da saggio principe e generoso, innalzò Agrippa a’ primi onori della repubblica; di piú l’imparentò con la casa regnante e se n’adottò due figliuoli, tra per mantenerlo contento e per dar un luminoso esemplo a’ plebei di ben servire alla sua potenza.

... geminatis consulatibus extulit. Mox, defuncto Marcello, generum sumpsit: Tiberium Neronem et Claudium Drusum privignos imperatoriis nominibus auxit, integra etiamdum domo sua. — Qui Tacito nota Augusto d’imprudenza, che, con innalzare i figliuoli di Livia, gitta nella reggia semi di nuove guerre civili.

Nam genitos Agrippa, Caium et Lucium, in familiam Caesarum induxerat: nec dum posita puerili praetexta, principes iuventutis appellari, destinare consules, specie recusantis,... — Per non sembrare che ancor qui vuol rompere le leggi d’intorno all’etá di prender i maestrati.

... flagrantissime cupiverat. Ut Agrippa vita concessit, L. Caesarem euntem ad Hispanienses exercitus, Caium remeantem Armenia et vulnere invalidum, mors, fato propera, vel novercae Liviae dolus abstulit;... — Vogliono qui accusar Tacito di maligno, ma a torto, perché egli il lascia da dubitarne, posto il natural affetto di Livia per gli suoi figliuoli e ’l natural odio delle madregne contro i figliastri.

... Drusoque pridem extincto, Nero solus e privignis erat: illuc cuncta vergere. — Usa un verbo di piú grave peso che «spectare», per dar ad intendere l’inclinazione del popolo a durare nello Stato monarchico.

Filius collega imperii, consors tribunitiae potestatis adsumitur,... — Qui si dichiara Tiberio successore del principato.

... omnisque per exercitus ostentatur:... — Dalle forze de’ quali era assicurato l’imperio.

... non obscuris, ut antea, matris artibus... — Perché innanzi vi erano i figliuoli di Agrippa, adottati da Augusto.

... sed palam hortatu. — È un’insolente composizione latina.

Nam senem Augustum devinxerat adeo uti nepotem unicum, Agrippam Postumum, in insulam Planasiam proiiceret: rudem

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sane bonarum artium... — Che sono le pratiche delle virtú: come la fede, la segretezza, pratiche della giustizia; l’industria, la diligenza, pratiche della fortezza. Perché i romani non curavano esse virtú, che sono abiti interni dell’animo, che solo si sanno da Dio; ma attendevano alle pratiche di esse virtú che si possono sapere dagli uomini: onde la voce «virtuosus» non è latina, e si dice «virtute praeditus», «uomo che mostra virtú».

... et robore corporis stolide ferocem nullius tamen flagitii compertum. — È preso nella parola. Non dice «sceleris», ch’è detestato dal gener umano; non «criminis», delitto ch’offende il pubblico; ma «flagitii», una dissolutezza ovvero peccato di disciplina.

At hercule Germanicum, Druso ortum, octo apud Rhenum legionibus imposuit, adscirique per adoptionem a Tiberio iussit, quamquam esset in domo Tiberii filius iuvenis, sed quo pluribus munimentis insisteret. — Perché i figliuoli sono le fortezze de’ príncipi.

Bellum ea tempestate nullum, nisi adversus Germanos, supererat: abolendae magis infamiae, ob amissum cum Quinctilio Varo exercitum, quam cupidine proferendi imperii aut dignum ob praemium. Domi res tranquillae. Eadem magistratuum vocabula. — Perciò sopra è quel «consulem se ferens», perché il volgo solamente attende al vano suono delle parole, né punto sa penetrar nelle cose.

Iuniores post Actiacam victoriam, etiam senes plerique inter bella civium nata: quotusquisque reliquus, qui rempublicam vidisset? — Ecco la legge regia naturale con cui Tacito legittima la monarchia d’Augusto: perché i romani non erano nati nella libertá popolare e ’n conseguenza non avevano natura civile libera; e i governi escono naturalmente dalla natura degli uomini governati. E questa è la ragione ch’egli si ha preso a narrare l’ultime cose di Augusto («de Augusto pauca et extrema tradere»), perché con trenta anni di pace avevano bastantemente i romani dichiarata la loro efficace volontá allo Stato monarchico e perciò immediatamente soggiunge:

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Capo quarto

Igitur, verso civitatis statu,... — Non può con maggiore evidenza dire che lo Stato romano si cangiò naturalmente da libero popolare in monarchico; talché quindi incomincia Tacito gli annali della romana monarchia.

... nihil usquam prisci et integri moris... — Perché i romani erano giá divenuti sfacciati, ingordi dell’altrui, codardi, vili, finti, bugiardi, traditori ed assassini de’ loro amici, tutti vizi di schiavi, non costumi di liberi, generosi, aperti e magnanimi, da’ quali naturalmente esce la civil libertá; e in una parola erano giá divenuti «servi per natura» che dice Aristotile; alla qual natura siegue che sieno servi per diritto natural delle genti, il quale esce naturalmente da essi costumi delle nazioni.

Omnes, exuta aequalitate, iussa principis aspectare:... — Si ha da riferire ad Augusto, che solo si era distinto in natura civile, perché era giá divenuto superiore alle leggi: del rimanente, la monarchia vuole tutti con le leggi uguagliati. E perciò soggiugne: «omnes principis iussa adspectare», perché nella monarchia i comandi del principe son le leggi.

... nulla in praesens formidine, dum Augustus, aetate validus, seque et domum et pacem sustentavit. Postquam provecta iam senectus, aegro et corpore fatigabatur, aderatque finis et spes novae: pauci bona libertatis incassum disserere,... — Ch’è propio de’ dialettici; onde vuol dire che facevano discorsi accademici d’intorno alla libertá, e pur questi erano «pauci».

... plures bellum pavescere,... — Perché, addimesticati, amavano la pace, e «gli piú» nelle materie politiche vaglion per «tutti».

... alii cupere:... — Ch’erano pochissimi malcontenti.

... pars multo maxima... — Con peso di parole non dice «maior pars», che pur valevano per tutti, come si è detto; ma «multo maxima», con che significa ch’erano pochissimi quelli «alii cupere».

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... imminentes dominos variis rumoribus differebant. — Non si rivoltarono alla morta libertá, ma, fermi co’ voleri nello stato monarchico, discorrevano variamente de’ príncipi che avean d’avere.

Trucem Agrippam et ignominia accensum, non aetate neque rerum experientiae tantae moli parem. Tiberium Neronem, maturum annis, spectatum bello: sed vetere atque insita Claudiae familiae superbia; multaque indicia saevitiae, quamquam premantur, erumpere. Hunc et prima ab infantia eductum in domo regnatrice: congestos iuveni consulatus, triumphos: ne iis quidem annis, quibus Rhodi specie secessus exsulem egerit, aliquid quam iram et simulationem et secretas libidines meditatum. Accedere matrem muliebri impotentia: serviendum feminae, duobusque insuper adolescentibus, qui rempublicam interim premant, quandoque distrahant, etc. — Ecco l’errore che fece Augusto di adottare i figliuoli di Livia, «integra dum principum domo».

Capo quinto

[Augusto agonizza a Nola.] Acribus... custodiis domum et vias sepserat Livia: laetique interdum nuntii vulgabantur, donec provisis quae tempus monebat, simul excessisse Augustum, et rerum potiri Neronem fama eadem tulit. — Queste arti si praticarono in Napoli dal governo alla morte di Carlo ii.

Capo sesto

Primum facinus novi principatus fuit Postumi Agrippae caedes: quam ignarum inermemque, quamvis firmatus animo, centurio aegre confecit. — Con molti colpi, ch’è la propia significazione di «conficere» e «interficere».

Nihil de ea re Tiberius apud Senatum disseruit. Patris iussa simulabat, quibus praescripsisset tribuno custodiae adposito, ne contaretur Agrippam morte adficere, quandocumque ipse supremum diem explevisset. Multa sine dubio saevaque Augustus de moribus adolescentis questus, ut exsilium eius

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senatosconsulto sanciretur, perfecerat: ceterum in nullius unquam suorum necem duravit; neque mortem nepoti pro securitate privigni inlatam, credibile erat, etc. — Questa è debolezza di Tacito, perché i príncipi non han congionti, e per la conservazione degli Stati dánno morte, se bisogna, anco a’ propi figliuoli, come si dice di Filippo ii.

Capo settimo

At Romae ruere in servitium consules, patres, eques: quanto quis illustrior, tanto magis falsi ac festinantes, vultuque composito, ne laeti excessu principis, neu tristiores primordio, lacrimas, gaudium, questus, adulationes miscebant. — Questa è l’idea che Tacito dá della monarchia.

Sextus Pompeius et Sextus Apuleius consules primi in verba Tiberii Caesaris iuravere: apudque eos Seius Strabo et Caius Turranius, ille praetoriarum cohortium praefectus, hic annonae. Mox Senatus, milesque et populus. — Viltá nella quale cadde il popolo romano di giurare fedeltá al principe con la formola con la quale i gladiatori giuravano al loro maestro: «vinciri, verberari, uri».

Nam Tiberius cuncta per consules incipiebat, tamquam vetere republica et ambiguus imperandi. Ne edictum quidem, quo patres in curiam vocabat, nisi «tribuniciae potestatis» praescriptione posuit, sub Augusto acceptae. Verba edicti fuere pauca et sensu permodesto. De honoribus parentis consulturum; neque abscedere a corpore: idque unum ex publicis muneribus usurpare. — Non detto in senso volgar latino di «usar spesso», ma de’ giureconsulti di «interromper il lungo possesso d’altrui»; e vuol dire ch’esso interrompeva alla repubblica il possesso della libertá in questa sola picciola parte: di assistere come persona pubblica personalmente a’ funerali di Augusto.

(manca il resto)

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III Per una divisata storia di Casa Borbone

Appunti frammentari
(dopo il luglio 1735).

Anno 804. — Carolus Magnus, rex Francorum et primus Occidentis imperator, Witkindum, post bellum trium et triginta annorum domuit.

Anno 918. — Henricus Auceps, e Witkindi genere, evectus est ad imperium. Materno genere pertinebat ad lineam Caroli Magni, quem sexto gradu atavum numerabat (Krantius, libro II Saxoniae, cap. 33). Porro, Ludovico IV imperatore defuncto anno 911, cum eo defecerat in Germaniam Carolorum posteritas, ut ait Otto Frisigensis, libro VI, cap. 15.

Hugo Capetus, Valesiorum Borboniorumque caput, rex electus Francorum anno 987, e Witkindo descendebat. Franciae regnum (ait Petavius in Rationario temporum, parte I, libro 8, cap. 14) a Caroli Magni posteris novam ad familiam saxonicae originis anno 987 transiit, Hugone Capeto, Hugonis Magni filio, consensu principum, ad eam dignitatem evecto (Introduction à l’histoire générale et politique de l’univers, to. III, chap. 5, Amsterdam, 1732).

(manca il resto)

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IV Cenni storici d’un convento medievale campano: San Lorenzo d’Aversa

Per una lapide da apporre al convento medesimo
(dopo il 1730).

Sub hac Divi Laurentii inscriptione anno... Adoara et Landenolphus, langobardae gentis principes capuani, benedictinae familiae templum monasteriumque Capuae fundarunt. Deinde anno ML Urrifrida, foemina primaria northmanna, heic Aversae eidem familiae alterum hoc templum hocque alterum monasterium erexit. Tandem anno MIIC Richardus II capuanorum princeps monasterium cum templo Divi Laurentii capuanum aversani huius accessionem esse voluit. Quod per amplissima iuris beneficia a principibus pontificibusque relata sacerdotium et imperium exornasse sic autographis tabulis in hunc lapidem exculptae monent. Decem supra centum ecclesias in Campania, Sannio, Apulia Calabriaque, aut ex sese, aut per abbates monasteriis huic subiectis praepositos, aut per suos coenobitas rexitae, cum suis quamque latifundis adsignatis, et complureis cum imperio in clienteis, qui seculis barbaris efferisque sacrorum caussa suis quique fanis adhaerescentes in vicos pagos oppida coaluerant. In pelago atque acta Tarentina piscationem, iam antea in flumine Volturno portorium, at ab suis usque primordiis in Patriensi lacu, mox in toto mari ab Arce Vulturnensi, Cumas et Inarimem usque, utrumque

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ius habuit. In quamplurimis agris fructuum decimam exegit et in alienis beneficiis suae glebae addictos cum universis eorum familiis in suis rationibus censuit. Per octo divi Laurentii festos dies heic nundinales ferias indixit. Compluribus iuris beneficiarii immunitatibus ipsorum liberalitate principum auctum est. Eius abbates suis stipati lictoribus inter sibi subiectos, sive profanos homines sive adeo sacerdotes, pro suo tribunali ius dixerunt, ultimasque etiam sive divinas sive humanas poenas irrogarunt: cuiusque sacri faciundi propriam potestatem habuere. Sed et antequam coenobia benedictina in casinatem congregationem coirent, quacum Leo x pont. max. ex Ferdinandi Aragonii regis placito hoc quoque confundit, uni pontifici romano parere; per quem a monachis creatos initiari Romae pervetustus mos fuit. Suas largitates huic monasterio innumeri principes viri, principio Longobardi, dein quoque Northmani, mox Svevi, in quibus Henricus vi imp., qui hoc monasterium in suam fidem recepit, tum Andecavenses, postea Aragonii, demum Austrii reges, atque hos inter aliquot foeminae principes reginaeque, aut contulerunt aut confirmarunt. Complureis praesules ecclesias a suis diocoesibus abdicatas huic monasterio vel aliis huic subiectis addixere. Et ab Eugenio usque iii romani pontifices eius cuncta iuris beneficia rata esse sanxerunt, ac demum centenariae praescriptionis praesidio firmarunt, atque in suam quoque id recepere fidem. Quibus qua humani qua divini iuris indulgitatibus cumulatum suae dignitatis amplitudinisque summum fastigium tetigit, saeculo xiii ineunte, sub Innocentio iii pont. max., a quo deinceps romana ecclesia speciem induere coepit augustiorem.
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V Cenni biografici di taluni cappuccini insigni

Per altrettanti ritratti
elevati nel convento cappuccino di Arienzo
(intorno al 1730).

Fr. Antonius Barberinus, ab Urbano VIII pont. max., germano fratre, nullo sanguinis studio, sed virtutis merito in cardinalium collegium cooptatus, dum omnibus pietatis officiis romanae religioni propagandae perennandaeque ecclesiae felicitati egregiam operam navat, vita cum summa sanctimoniae laude concessit.

Fr. Anselmus Marsata neapolitanus, vir plurima christiana virtute et sacra facundia conspicuus, sacri oratoris munere in palatio apostolico decem in perpetuos annos functus, a Clemente VIII pont. max. cardinalis creatus: mox a Paullo V in archiepiscoporum ordinem adlectus, supremum obiit.

Fr. Franciscus Maria Casinus, aretinus, vir christiana virtute et sacro eloquio praeclarissimus, qui, quatuordecim annos cum singulari facundiae laude in palatio apostolico sacri oratoris omnes partes absolvens, a Clemente XI pont. max. in amplissimum cardinalium collegium, consentientibus christiani orbis studiis, adlectus est.

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Fr. Emericus Hungarus, ob plurimam virtutem Leopoldo rom. imp. adprime charus: eodemque suffragante ab Innocentio xi pont. max. invitus Viennae episcopus creatus: cardinalis quoque futurus, ni, tractis comitiis, morte praereptus esset.

Fr. Ioh. Baptista Estensis, Mutinae Rhegiique dux, abdicato imperio, in capuccinorum familiam adoptatus; christiana virtute et eloquio perinde clarus, ultimae necessitati aequa animi constantia concessit.

Fr. Angelus Soiosacus, dux, par et mareschallus Franciae, Occitaniaeque pro rege moderator, multo post tempore quam capuccinae familiae dederat nomen, sacris initiatus, Clementis viii pont. max. iussu, romanam religionem, quam e suggestu eloquentissime adserverat, armis in acie strenuissime propugnavit: hinc familiae secretis abditus, de rege, regno et ecclesia optime meritus.

Fr. Antonius a Caieta ex patricia Laudatorum domo, primo iuventutis flore in capuccinorum familiam inductus, ad exactam christianae vitae normam compositus, singulari summi Numinis pietate et flagrantissimo martyrii desiderio ad meridionalis Africae oras adpulsus, postquam gentes nefandis superstitionibus foedas et omni sensu humanitatis expertes, ad verae pietatis christianaeque virtutis officia revocavit.

Fr. Fidelis Sigmaringanus, foeda haereseos labe, qua natale solum inficiebatur, divinitus impollutus, humanas divinasque literas edoctus et sacris initiatus, in capuccinorum numeris conscriptus, ob quamplurimos, sacris eius orationibus, vitae sanctimonia prodigiisque, ad romanae religionis castitatem revocatos, ab infensissimis novatoribus gladia confossus.

Fr. Iosephus a Leonissa contumelias, carceres, flagra ob Evangelium, quod perfosso pede suspensus triduo praedicare substinuit, fortissime perpessus, martyrio divina ope superstes, omnis christianae virtutis altitudine miraculisque inlustris.

Venerabilis Fr. Bernardus a Corleone, siculus, vitae austeritate omniumque virtutum genere conspicuus, vivus mortuusque

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miraculis admirabilis, iamdudum in beatorum album adscribendus.

Fr. Thomas a Sancto Donato, Soranae diocoesis oppido, morum innocentia, vitae austeritate, aeternarum rerum contemplatione insignis.

Fr. Alphonsus Suessanus, suessanae ecclesiae canonicus, severioris christianae vitae studio, aetate iam provectus, capuccinam familiam ingressus, morum gravitate, consilio et prudentia insignis, in definitorem generalem eligitur, totius familiae regimen obiturus, nisi suffragatorum animos ab eo sibi demendando munere eloquentissima humilitate revocasset: annis onustus, meritis onustior.

Fr. Hieronymus Pistoriensis, ob eximias virtutes, quae adstrictioris vitae christianae virum decent, praeclarus; ob amplissimam cardinalis dignitatem alto animo repudiatam clarior; ob mortem Cretae, ut pestilentia laborantibus adesset, ultro susceptam clarissimus.

Fr. Laurentius a Brundusio, in capuccinae familiae moderatione inlustris, legationibus ad summos principes praeclarus, aerumnis usque ad venena pro vera Numinis religione perlatis, Deîparae conloquiis, divinatione miraculisque admirandus.

Fr. Seraphinus Neapolitanus, pudicitiae instar, morum exemplar, pietatis norma, Barcinonem profectus, capuccinam familiam in iis regionibus protulit: sacra operanti Iesus sub Eucharistiae speciebus haut semel se conspiciendum exhibuit: divinatione aliisque naturam praetergredientibus facultatibus divinitus illustratus.

Fr. Franciscus a Castellione, vir omnium virtutum genere ornatissimus, neapolitana capuccinorum provincia feliciter administrata, adstricta annona per divinam ab eo imploratam opem fratribus aliisque egenis ad miraculum laxata, aliisque prodigiis.

Fr. Franciscus Suessanus, ex nobili Paschaliorum familia, adstrictioris disciplinae laude sacri eloquii fama et severissimae vitae exemplis ubique locorum praeclarissimus.

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Fr. Franciscus Maria Philomarinus, spreta generis nobilitate, in familiam capuccinorum inductus, tanta brevi enituit morum castitate, adstrictioris disciplinae studio, in rebus agendis dexteritate, ut in ministrum provincialem a fratribus, popularis tumultus neapolitani pacatorem a principe, sanctae inquisitionis consultorem ab Ascanio germano fratre Philomarino cardinali amplissimo delectus, capuccinae provinciae disciplinam, Regno tranquillitatem, Ecclesiae pietatem auxit, restituit, servavit, octogesimum ferme aetatis agens annum.

Fr. Emmanuel Neapolitanus, humanarum divinarumque rerum scientia, ac mira in sacris concionibus eloquentia praeclarissimus, morum castimonia rerumque gerendarum consilio ac dexteritate spectatissimus: diffinitoris generalis munere egregie functus, dum tertium provinciam feliciter moderaretur.

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VI Sull’indice numerico

da assumere dal nuovo re di Napoli
Carlo di Borbone
(1738).

In neapolitanorum regum fastis Caroli nomine ab historiarum scriptoribus hoc ordine conscripti memorantur. Carolus primus Andecavus, qui prius northmannica, in qua id regnum a Rogerio II fundatum, deinde svevica regum gente exhausta, regnum in Andecavam familiam induxit. Carolus secundus Andecavus, Caroli i filius. Carolus tertius e Dyvrhachii, vulgo Duratii, ducum domo, quae suum stemma a Carolo Martello Hungariae rege, Caroli ii filio, deducebat. His longo post temporum intervallo successit Carolus viii rex Galliarum, qui, tanquam aestivus torrens, ut repente armis Italiam inundavit, ita repente exaruit, nam neque ultra quinque menses regnavit; quumque in Galliam sospes rediit, de regno neapolitano animum prorsus abiecit, ita ut id habuerit pro derelicto. Itaque de eo dubitare licet an pro hoc ferme momentaneo regno rex sit neapolitanorum eius nominis quartus. Non diu abiit quod regnum ab Andecavis ad Aragonios translatum sit per Iohannae ii Andecavae reginae adoptionem, qua Alphonsum Aragonium in suos regios penates excepit; cumque postea, Ferdinandi Aragonii cognomento Catholici auspiciis et magna ducis Gonsalvi a Corduba ductu, neapolitani regni hispanicae monarchiae accessio facta esset, ipsius Ferdinandi cum Isabella Custulonensium, vulgo Castellae, reginae nuptiis, ex quibus Iohanna orta, atque ex ea, Philippo i

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Austrio Belgii comiti Burgundiaeque duci nupta, Carolus quintus, eius nominis pariter et Germaniae imperatorum serie et neapolitanorum regum successione. Inde hispanica monarchia ad Carolum ii Hispaniae, sextum neapolitanorum regum, delata est; qui Austriae hispanorum principum domus fata clausit, ex asse herede instituto, iuxta regias regni leges, quibus cognatis proximis defertur, Philippo Borbonio Andecavorum duce, Ludovici Galliarum Delphini filio, Ludovici xiv regis, ex Maria Theresia germana sorore, nepote. Hinc de hispanicae monarchiae successione, quotquot unquam memorantur maximo exorto bello, tandem pace hagensi inter Philippum v Hispaniarum regem et Caesarem inita, Carolus Austrius vi romanorum imperator et septimus in regum neapolitanorum ordine numeratus. Tandem ex Philippi V secundis nuptiis cum Elisabetha Farnesia parmensi duce Carolus Borbonius infans Hispaniarum editus, qui iam in Italiam cum classe copiisque traiecerat, ut opimam a matre sibi transmissam hereditatem adiret, qua dux Parmae Placentiaeque et magnus Hetruriae princeps extitit: bello dehinc de Stanislao Lensichio Poloniae rege, Ludovici xv Galliarum regis socero, in regnum polonicum, Augusti regis morte vacuum, reducendo, in cuius societatem reges Galliae, Hispaniae, Sardiniaeque adversus imperatorem et totum ferme imperii germanici corpus et moschicam imperatricem foedus ferierunt, auctis hispanorum copiis, regnum neapolitanum Siciliamque, Germanis aut proelio profligatis, aut per munitarum urbium arciumque expugnationes captis, aut per obsidia deditis, usquequaque pacavit, a Philippo parente rex neapolitanorum salutatus; Panormi regio insigni solemniter redimitus et nuperrima pace ab ipso Austrio agnitus, in regum neapolitanorum serie octavus censendus esse videatur; qui perpetuae populorum felicitati diu ac feliciter regnet et augustum nomen longa posterorum serie perennet.