II. Oratiunculae pro Adsequenda Laurea
II
ORATIUNCULAE
PRO ADSEQUENDA LAUREA
1.
Quantae dignationis hunc, qui nunc mihi meisque optatissimus dies illuxit, reputaverim, hinc quaeso, perillustris provice magni cancellarii et amplissimi huius Collegii sapientissimi patres, cognoscite quod omnes perpetui legalis quinquennii vigilias ac labores hoc semper die solatus sum, eoque ad sudandum in legum disciplina algendumque confirmatus, ea spe fretus fore uti mihi, experimentis in utroque iure de more factis, in iurisconsultorum album vestris sententiis cooptaretis, in quo numero et ornatissimum caussarum patroni munus obirem et quandoque ad rempublicam, in partibus quas Iustinianus studiosae legum iuventuti mandandas proponit, administrandam accederem. Sed nunc vestra dignitas omnem meam ingenii fiduciam, omnem in iure perdiscendo exactam industriam, omnem ante adhibitam diligentiam terret, ut merito meo id amplissimum vobis munus petenti suffragemini. Quare vos oro atque obsecro ut bona cum venia haec mea tentamina audiatis, ut pro benignitate vestra me iurisconsultum esse velitis. Igitur, Deum Optimum Maximum precatus, interpretandos utrosque
textos suscipio qui heri mihi sortito obvenerunt, et prius in iure pontificio caput... (qui lo studente doveva aggiungere il titolo del canone del «Decreto» o delle «Decretali» toccatogli in sorte quale tesi di esame). Absoluta iuris pontificii interpretatione, interpretandum aggredior caesareum in lege... (e qui, quello della legge del «Digesto» o del «Codice giustinianeo»).Tantis pro meritis dignas si pendere grates
impar ego, superi praemia digna ferant.
2.
Inter multa vitae utilia a sapientibus dicta, illud sane verissimum fertur: «Praemiis virtutis calcar». Namque iurisconsulti laurea, quae a vobis, amplissimi patres, emeritis in iurisprudentiae palestra defertur, ea omnes mihi labores, omnes vigilias in ea perdiscenda perferre est graviter cohortata ut alacri animo, cum in scholasticis auditionibus, tum in domesticis meditationibus perpetuum legitimi studii quinquennii aestates aestuarer, hyemes rursum algerem. Est nunc ut, pulcherrimae spei plenus, tentamina quae mihi hesterna die sortito facienda obvenerunt, divino numine auspice, aggrediar; eaque vos oro atque obsecro ut pro vestra humanitate aequi bonique faciatis, vestrisque sententiis mihi publicum iurisconsulti munus ex auctoritate obeundum permittatis.
Aeternum vestri in me stabit gratia facti,
quamque animo nequeat perdere tempus edax.
3.
Vere sane et sapienter illud a poëta dictum
Honor alit artes:
namque hic mihi optatissimus petitionis dies, quo, cum in vestra, patres conscripti, amplissima comitia prodissem, hinc, a vobis honestissimo iurisconsulti munere auctus, in forum
deducerer, omnes meos in perdiscenda iurisprudentia labores omnesque vigilias sustentavit, ac legitimi studii quinque perpetuos annos et aestivos recreavit sudores et hybernos algores fovit. Quapropter, divina implorata ope, ad tentamina de more in utroque iure facienda alacer accingor, vestra benignitate fretus, ut ea aequo animo accipiatis vestrisque suffragiis me in iurisconsultorum album conscribi velitis iubeatis. Et primum ius caesareum mihi hesterna die sorte oblatum aggredior in lege... Primo periculo facto, ad ius pontificium transeo in capite...Pectore sat memori vestri in me gratia facti
stabit, et hanc mentem tempora nulla ferent.
XXIV bis
Al principe Eugenio di Savoia
A proposito dell’invio del Diritto universale.
Altezza Serenissima, molta chiarezza ha di giá acquistato il mio nome poi che ha avuto la fortuna di pervenire alla notizia della serenissima Altezza Vostra; e ormai auguro l’immortalitá alla mia debole opera nella quale trattasi principalmente dell’eterne origini e degli eterni rivolgimenti del dritto naturale delle nazioni, avendo essa ricevuto il segnalato onore
del vostro pregiatissimo gradimento e fatta degna d’aver luogo nella vostra celebre biblioteca, come il dottissimo mio signor abbate Garofalo, in vostro alto nome, mi ha scritto la scorsa settimana. Or, non potendo io concepire con la mente, nonché spiegare con parole a Vostra serenissima Altezza le grazie dovute per cotanta real grandezza d’animo usata meco, priego il Signor Nostro Dio che voglia conservarla lunghissimi anni per gloria del secol nostro e salute della cristianitá. E, con la piú profonda riverenza inchinandola, per mio sommo e sovrano pregio mi professoNapoli, 25 luglio 1722.
Di Vostra Altezza serenissima ossequiosissimo servidore umilissimo
Giambattista Vico.
XXIV ter
Allo stesso
Chiede d’essere raccomandato all’Althann in occasione dell’imminente concorso alla cattedra mattutina di diritto civile.
Altezza serenissima, quella stessa somma mia fortuna che mi preparò l’alta protezione sotto la quale l’Altezza Vostra serenissima ha degnato, per vostra regal grandezza d’animo, una volta ricevermi, quell’istessa ora mi porge l’occasione d’implorarla a mio sollievo, povero uomo di lettere, grave d’anni e di famiglia, perché io raccolga il frutto de’ deboli studi di tutta mia vita, che posso unicamente sperare in questa cittá.
Oggi appunto, per morte del possessore, è vacata la cattedra primaria matutina di legge in questa universitá, la quale rende seicento ducati annui. Ella è esposta a concorso, per lo quale ogni straniero e sconosciuto la può pretendere. Perciò, sottoponendomi alla medesima legge del concorso, mi
sono indotto a pretenderla anche io, che ho con questo pubblico il merito di averlo servito ventitré anni continovi in grado di lettor di rettorica col tenue salario di cento scudi annui e altri pochi ed incerti di un dritto che mi si paga. Non ho invero il merito di averlo servito in cattedre minori di giurisprudenza, ma (mi perdoni Vostra Altezza serenissima che io pure il dica, perché mi costringe a dirlo non giá una vana cupidigia di lode, ma una dura necessitá del bisognevole) intorno alla giurisprudenza io credo avermi fatto un gran merito con quest’Universitá, non giá per gli giudici de’ piú dotti letterati d’Europa, il signore abbate Garofalo dell’Italia, il signor Giovan Clerico d’oltremonti; ma unicamente per ciò: che quell’opera, nella quale si scuovrono le vere origini, fin qui nascoste, del dritto e della giurisprudenza romana, abbia avuto il segnalatissimo onore del vostro regal gradimento, e, in conseguenza di esso, godo ora la gran fortuna della vostra potente protezione. Onde io mi fo ardito a umilissimamente supplicare Vostra serenissima Altezza a promuovere questa mia pretensione con questo eminentissimo signor cardinale viceré, il quale, di tutti i lettori, ha particolarmente di me argomenti di particolare atto di osservanza, che voglia adoperarsi con questi signori regenti del Collaterale Consiglio e capi di tribunali a favorirmi de’ loro voti. E, per tanto beneficio, oltre la commune obligazione che hanno tutti i cristiani di pregare il sommo nostro Dio per vostra conservazione, s’aggiugnerá questa particolare mia e di tutta la mia povera famiglia, che, mercé vostra, in questi miei cadenti anni, io abbia il modo di onestamente sostentarla. E a misura del piú fervoroso delle preghiere [che] l’ho pòrte, col piú rispettoso de’ miei sentimenti mi rassegnoNapoli, 12 decembre 1722.
di Vostra Altezza Serenissima
divotissimo e obbligatissimo servidore umilissimo
Giambattista Vico.
LXIV
A Giuseppe Pasquale Cirillo
Sulle maschere degli antichi.
Signor mio e padrone osservandissimo, mi è pervenuta all’orecchio una voce sparsa falsamente per la cittá: ch’io, con un brieve ragionamento estemporaneo, avessi notato d’errori l’eruditissimo ragionamento d’intorna alle maschere degli antichi che Vostra Signoria fece nell’accademia la qual si tenne in casa della signora duchessa di Marigliano. La qual voce ho io udito con sommo mio rammarico, perché di troppo mi offende nella parte del buon costume: che io, dopo di aver domandato da voi, tanto mio amico, la buona licenza di ragionar alcun’altra cosa d’intorno alla stessa materia, e riportatala da voi con sommo vostro piacere, senza niuna necessitá avessi voluto riprendere il ragionamento vostro, ch’aveva riportato gli applausi di tutti gli uditori, tra’ quali erano molte nobilissime e dottissime persone di questa cittá. Ma io non altro feci che vi aggiunsi tre cose, che voi per brevitá trallasciaste. Una fu d’intorno alla prima maschera che dovette truovarsi al mondo, e ragionai che fu quella di satiro. L’altra, d’intorno all’etimologia della voce «persona», la quale e la quantitá della di lei sillaba di mezzo niega aver potuto venire dalla voce «personare», «risuonar dappertutto», e la picciolezza de’ primi teatri non lo richiese, e pruovai ch’ella venisse dall’antico «personari», di cui è rimasto «personatus» per «mascherato», che avesse significato appo i primi latini «vestir di pelli». E l’ultima fu d’intorno alle difficultá dell’intendere come nelle favole dramatiche greche e latine si leggano gl’istrioni cangiar sembiante sopra le scene quando recitavano mascherati.
Questo è anzi adornare che riprendere i componimenti
fatti da altrui. L’ho voluto scrivere a Vostra Signoria, perché Ella stessa me ne giustifichi appresso coloro i quali, non essendovi intervenuti, avranno per avventura dato credito a cotal voce. E le bacio riverentemente le mani.Casa, 30 agosto 1733.
Di Vostra Signoria divotissimo e obbligatissimo servidore
Giambattista Vico.

